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"Spesso la condotta di un uomo, riscaldata dal vino, non è che l'effetto di ciò che, negli altri momenti, avviene nel suo cuore" J. J. Rousseau
 

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Scopriamo il Timorasso con Elisa Semino

Posted By Davide Canina on marzo 16th, 2010

Mi sono avvicinanto al Timorasso grazie alla bravissima e bellissima Elisa Semino che insieme a sua papà Pier Carlo Semino porta avanti l’azienda di famiglia LA COLOMBERA nella zona di Vho, piccolo comune vicino a Tortona in provincia di Alessandria.

Pier Carlo ed Elisa Semino

La caratteristica che adoro maggiormente nel Timorasso sono le sue note sia olfattive che gustative in continua evoluzione nel tempo. Il vino timorasso, infatti, può dare dei piaceri sin in giovane età, attualmente si possono trovare i 2007 già importanti ma altrettanto piacere, con caratteristiche molto diverse, lo riesce a dare un timorasso invecchiamo maggiormente.

Con Elisa siamo amici ormai da diversi anni e finalmente l’altra settimana abbiamo trovato il giusto momento per sederci nella sua cantina e parlare del Timorasso a 360° dalla storia al lavoro in cantina. Vorrei condividere con voi cosa è emerso da questa chiacchierata.

Davide : “ Cosa mi puoi dire sulla storia del Timorasso ? ”

ELISA: “ Il timorasso è un vitigno autoctono della zona delle colline tortonesi che negli ultimi anni è stato riscoperto e rivalutato con risultati davvero interessanti.
Nel tortonese a inizio 900 c’era un’importante presenza di timorasso sulle colline dove i terreni sono più bianchi e l’escursione termica tra il giorno e la notte è più evidente.
Negli anni cinquanta, sessanta si era smessa la produzione di timorasso perché è un vitigno difficile da seguire in vigna e in vinificazione, la viticoltura in quei tempi aveva fatto una precisa scelta verso la meccanizzazione in vigneto, per abbattere i costi di produzione. Il timorasso a inizio anni 80 è un vitigno in estinzione Walter Massa inizia il lavoro di riscoperta, viene affiancato ben presto da Andrea Mutti. Nel 1987 Walter fa la prima vinificazione, iniziando ad esaminare tutti i differenti problemi del vitigno.”

Davide : “Cosa si è fatto per migliorare il lavoro di coltivazione del Timorasso ? ”

ELISA : “ Gli accorgimenti elaborati sono stati :
- L’impianto è fatto su terra bianca, argillosa
- Il sesto d’impianto è fitto 5000 ceppi ha, al contrario di vecchi impianti che per permettere il lavoro dei trattori erano piantati a 2500 ceppi ha.
- Nell’ultima decade di agosto si esegue un diradamento in vigna, si tolgono i grappoli più lontani alla pianta, in modo che la linfa arrivi più facilmente e più abbondante ai primi grappoli. Non si sfoglia ancora, perché in questo momento le foglie sono ancora il nostro grande e perfetto motore grazie alla fotosintesi.

Davide : “ Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono l’uva Timorasso ? ”

ELISA : “ E’ un uva che matura dopo il 20 settembre, i rilievi che dedichiamo giornalmente al timorasso iniziano prima.
Quest’uva, quando è matura, ha un bel colore dorato ed è anche molto buona da mangiare, diversamente di tutte le altre uve che danno vini buoni. Noi la chiamiamo l’uva che rotola, perché se sottoposta a un leggero stress meccanico, gli acini si staccano dal graspo.
Il grappolo ha forma spargola, di grandezza media.
Gli acini sono facilmente attaccati da muffa grigia, gli andamenti climatici non permettono un attacco di muffa nobile, quindi si entra in vigna anche più di una volta per raccogliere.”

Grappolo di Timorasso

Davide : “Quali sono le lavorazioni in cantina ? ”

ELISA : “Le uve arrivano in cantina, si controlla la temperatura e si inizia la vinificazione con la pressatura soffice, si lascia fermentare a temperatura controllata. Il timorasso rimane quindi sui suoi lieviti per qualche mese, questa è un operazione molto importante che arricchisce il vino.
I lieviti, già presenti su tutte le uve, sono gli agenti di trasformazione del mosto, quando hanno finito la loro funzione a fermentazione terminata, rimangono presenti nel mosto e si autolisano, liberando sostanze che ancora servono per l’evoluzione dei profumi e della struttura di quel vino.
Grazie ad assaggi periodici si capisce quando il vino è pronto e si prepara per l’imbottigliamento.

Davide : “Come si può tutelare la produzione del Timorasso ? ”

ELISA : “ Un gruppo di giovani e volenterosi vignaioli, avendo capito di avere per le mani un gioiellino, ha deciso di darsi delle regole per garantire una alta qualità al consumatore e per tutelare il vitigno timorasso.
Le regole più importanti sono:
- una gradazione minima di 13.5% vol,
- l’uscita sul mercato un anno e due mesi dopo la vendemmia e
- che il vigneto non deve essere al di sotto dei 210 metri sull’altezza del mare.
Con queste ed altre regole si è fatto un disciplinare di produzione che, se approvato, darà la possibilità, a chi segue il protocollo indicato, di avere la D.O.C. Colli Tortonesi Timorasso o Derthona; in etichetta si potrà mettere solo la parola Derthona che avrà valenza di tutto il nome di D.O.C.
Alcuni produttori, visto il limitato numero di bottiglie presenti oggi sul mercato, hanno già iniziato a seguire queste regole, in modo da presentare un prodotto di elevata qualità e con caratteristiche comparabili. ”

Davide : “ Cosa esprime nei vari anni di affinamento il Timorasso ? ”

ELISA : “ Per quando riguarda La Colombera nei primi due/ tre anni di bottiglia si avvertono dei profumi fruttati, leggermente floreali, sentore caratteristico di timorasso è lo zucchero filato e l’acacia . Mentre con l’evoluzione in bottiglia di otto, nove anni si scoprono dei profumi minerali molto interessanti e curiosi che tendono verso idrocarburi e pietra focaia. Noi consigliamo sempre alla gente che viene in cantina di prendere qualche bottiglia in più e dimenticarsela per qualche anno. Sicuramente degustando il vino dopo diversi anni scopriranno sensazioni realmente diverse.”

Elisa Semino

La chiacchierata in cantina con Elisa si è conclusa ma io per la verità ho continuato la mia visita assaggiando prima il Timorasso dalla vasca e poi con una verticale di Timorasso dal 2005 al 2007 veramente favoloso…compresa la riserva di Timorasso “il Montino” che l’anno scorso è stato premiato con i 3 Bicchieri.

Un ringraziamento di cuore ad Elisa per averci accompagnato alla scoperta del Timorasso.
Davide Canina

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La Colombera - Azienda Agricola Piercarlo Semino

Strada Comunale Vho, 7 - Tortona (Alessandria)

Telefono: +39 0131 867795

Fax: +39 0131 874570

web : www.lacolomberavini.it

e-mail: info@lacolomberavini.it

Barbaresco Rabajà 2001 di Bruno Rocca

Posted By Stefano Ghisletta on luglio 18th, 2009

Quando si parla di Barbaresco Rabajà stiamo sicuramente riferendoci a una delle versioni più prestigiose della famosa denominazione piemontese. Un cru situato nel comune di Barbaresco posizionato in un bellissimo anfiteatro esposto verso sud-ovest ad un’altezza media di 300 metri.

L’anfiteatro di Barbaresco

Qui Bruno Rocca, uno di quei produttori che hanno contribuito a propagandare il Barbaresco nel mondo, possiede 5 ettari nella parte storica del cru, quella che confina con Camp Gross di Martinenga.

Bruno Rocca


Gli amanti del Barbaresco classico arricceranno il naso ma questo è veramente un gran bella bottiglia, giustamente evoluta e che ci regala bellissime sensazioni. Il bouquet è complesso ed esprime nitide sfumature di frutta nera, fiori secchi, balsamiche e di sotto bosco, le sensazioni date dall’invecchiamento in botti nuove sono completamente assorbite e tradotte in fini note speziate.
Al gusto da una botta d’energia, è lineare e teso, i tannini sono ben presenti e perfettamente integrati nella struttura generale. Grazie a una viva freschezza il vino si sviluppa verso un finale molto persistente, equilibrato e di grande completezza. Un vino che si beve alla grande e, che se ben conservato, potrà garantire queste caratteristiche per un’altra decina d’anni.

Insomma una gran bella bottiglia …

Cena da Arturo ristorante Cavolonero a Firenze

Posted By Franco Traversi on marzo 20th, 2009

Devo dire che di emozioni ne abbiamo avute molte, non ci aspettavamo dei sangiovese così vecchi in una forma così smagliante, mi hanno colpito veramente soprattutto questi vini:

Chianti classico 1958 riserva Badia a Coltibuono Gaiole in Chianti:

Un color rubino tendente all’aranciato me ben vivo, petali di fiori appassiti, frutto ancora presente, dei tocchi balsamici, erbe officinali, tabacco lievissimo, di un bilanciamento incredibile, un vero godimento palatale, non sono certamente vini di una grande struttura ma semplici e godibilissimi nonostante i suoi 51 anni.

Vorrei aggiungere delle curiosità tratte dal sito aziendale:

La Conoscenza di Badia a Coltibuono non può prescindere da una degustazione delle sue annate storiche. La vita di questi preziosi vini ha avuto origine in una realtà che aveva mantenuto intatte le sue caratteristiche per secoli. Una realtà agricola di stampo medioevale, condotta dal fattore e dai mezzadri che ne abitavano le case coloniche. La consuetudine era di produrre vino nei singoli poderi e di questo il migliore era destinato alle cantine del “padrone”: la Riserva. L’affermazione di Badia a Coltibuono come azienda è iniziata propriamente alla fine degli anni ‘50 col definitivo tramonto della mezzadria; le notizie che seguono sono il frutto di memorie tramandate a voce dagli anziani ancora tra noi. Queste Riserve provengono dai vigneti di Montebello e Argenina a Monti in Chianti, piantati negli anni 30. In quegli anni la superficie totale dei vigneti era di 27 ettari , con un sesto d’impianto 220 x 80 a disposizione di cavalcapoggio e rettochino; vigneti impervi, per dirla con parole di oggi. Le varietà: Sangiovese 65%, Canaiolo e Ciliegiolo 15%, Trebbiano e Malvasia 20%.

I vigneti erano lavorati a trazione animale de concimati con stallatico, solo a partire dal 1968 hanno iniziato ad essere usati i trattori a cingoli Fiat 411. L’uva, verso i primi di ottobre, era ammostata dal mezzadro stesso in tini di legno aperti della capienza di 90 hl e una volta entrato in fermentazione era follata con il bastone per immersione del cappello. I primi tini di cemento sono degli anni 70. L’ammostatura avveniva in presenza di raspi. Dopo 15 giorni circa il mezzadro consegnava in fattoria la parte padronale della svinatura che veniva sottoposta alla pratica del governo nella cantina storica dell’Abbazia. Alla luna di Marzo il vino era tolto dalle vasche del governo e messo in botti di legno di castagno nella cantina padronale. All’interno di queste botti venivano messi alcuni tiranti scoperti per aumentarne il colore. Dopo due travasi all’anno ed un tempo incalcolabile di permanenza nelle botti delle cantine di Badia a Coltibuono, molti di questi vini sono stati messi in bottiglia solo nei primi anni ‘80. Archivio delle Riserve Storiche Chianti Classico D.O.C.G. La visione pionieristica di Piero Stucchi-Prinetti che già dagli anni ‘50 credeva nella possibilità di un Chianti Classico di grandissima qualità, quando quasi tutti lo consideravano un vinello quotidiano, è all’origine della fortunata Selezione di Riserve Storiche di cui oggigiorno Badia a Coltibuono può ancora disporre. Custoditi per anni nelle cantine della Badia, in antiche botti di legno di castagno, questi vini rappresentano un assaggio di storia del Chianti Classico, una traccia sensibile ed importantissima dell’evoluzione di un territorio. Le Riserve Storiche di Badia a Coltibuono sono un’occasione unica per apprezzare la capacità d’invecchiamento dei vini a base di Sangiovese, uva di altissima tradizione; se ben conservati sono capaci di maturare per un tempo lunghissimo acquisendo sempre maggiori aromi e complessità.

Fattoria Selvapiana Chianti Rufina Riserva 1962:

bel colore rubino ancora vivo con riflessi aranciati, frutti piccoli e prugna, un delizioso sottobosco e note balsamiche caratteristiche, una freschezza costante e incredibile, bevibilità estrema e godibilissima con un equilibrio perfetto, chapeau!!! Si parla troppo poco di questa azienda del Chianti Rufina, baluardo storico della viticoltura in questa Val di Sieve, ma quando ci troviamo di fronte ad un vino meraviglioso come il Chianti Rufina della Fattoria di Selvapiana del 1962 allora bisogna fare qualche riflessione e cercare di capire come mai i produttori di allora erano così bravi, cosa abbiamo perso nel frattempo, perché non abbiamo continuato la strada gia intrapresa allora. Si parla di un produttore di nome Francesco Giuntini, degli anni 50-60 quando esisteva ancora la mezzadria e le vigne venivano coltivate dai contadini, in poderi numerosi che facevano riferimento alla fattoria, della quale il proprietario si serviva di un “fattore” che aveva il compito di fare da intermediario fra l’azienda e i contadini, praticamente un amministratore che però doveva conoscere molto bene le esigenze di entrambi. Normalmente, in quella zona il vino era, lo è tutt’oggi, un bene del quale i contadini traevano le risorse finanziarie per viverci, magari insieme al bestiame e altre prodotti della terra. Come erano le vigne in quel periodo? Mi diceva Federico l’altra sera a cena, che erano maritate, si usavano i pioppi, alcune erano di piede franco, i vitigni autoctoni, allora non si conoscevano i vitigni alloctoni, di conseguenza si pensa che oltre al Sangiovese, ci fosse del canaiolo, colorino, della malvasia nera e importantissimo allora, pure il trebbiano toscano. Era usanza vendemmiare molto tardi, sempre dopo il 10 Ottobre, del resto Rufina è una zona fresca, come dicevo sopra in mezzadria veniva diviso fra il contadino e il proprietario ciò che la terra donava, le uve destinate venivano fermentate in tini tronco conici di castagno, essendo la parte più alta della Val di Sieve ricca di castagneti, vi ricordo che il/i bottaio/i rimasti provengono ancora dalla Rufina; si usava il governo toscano, che molti di voi sapranno in cosa consisteva. Una volta terminata la doppia fase di fermentazione il vino veniva messo in botti grandi, sempre di castagno, dove ci stava per almeno 5 anni, si usava anche il cemento in quell’epoca. La mia sete di sapere sarebbe stata tanta, ma non volevo disturbare troppo Federico Masseti Giuntini Antinori, ci siamo dati un appuntamento per approfondire la nostra conversazione e non vorrei perdermi altre notizie della Fattoria di Selvapiana, aggiungo dicendo che la bottiglia del 1958 bevuta non è stata mai ricolmata, le ricolmature riguardano le annate 1956 e 1958, inoltre Francesco Giuntini era cugino degli Stucchi di Badia a Coltibuono, per questo ci ritroviamo alcune similitudini di mano fra i due prodotti.

Brunello di Montalcino 1979 riserva Tenuta Argiano Montalcino:

Colore rubino con unghia granata, fiori appassiti, ricco ancora di frutto, fine e fresco, elegantissimo con note di tabacco e cuoio, avvolgente e complesso, con una bevibilità incredibile.

Andamento climatico
L’andamento stagionale in generale ha avuto un decorso molto incerto con precipitazioni anche nel periodo estivo. Durante il periodo estivo, causa le precipitazioni, le temperature in alcuni casi sono state sensibilmente al di sotto della media stagionale. Anche durante la vendemmia sono state riscontrate alcune precipitazioni con temperature fresche. La maturazione delle uve é stata regolare malgrado la produzione fosse alquanto rilevante.

Vinificazione
La vendemmia ha avuto luogo gli ultimi giorni di ottobre, la buccia ed il suo patrimonio polifenolico erano di buon valore con corredo zuccherino elevato permettendo così una macerazione di 20-22 giorni.

Invecchiamento
Il vino ha iniziato il suo invecchiamento a fine dicembre in botti di rovere di Slavonia dove il suo equilibrio polifenolico si é perfezionato per quarantadue mesi.

Chianti Classico 1995 riserva Castello di Rencine Castellina in Chianti:

di un rubino brillante, caratteristici profumi di ribes e ciliegia, al palato è fine e succoso, con una trama tannica molto equilibrata con le altre componenti, finale lungo e godibilissimo, una vera interpretazione di Chianti Riserva.

Non riesco a capire come mi possa essere sfuggita questa azienda, non è da me, il motivo forse è che ne fanno solo 7.000 bottiglie, è un vino che mi ha talmente entusiasmato che ho telefonato a Riccardo e Guido per avere più notizie, comunque l’arcano è stato svelato, Giulio Gambelli è il loro consulente da oltre 60 anni, andrò a trovarli a breve per approfondire la conoscenza di questa azienda chiantigiana.

Chianti Classico 1999 Le Trame - Podere le Boncie Castelnuovo- Berardenga:

 Adoro i vini di Giovanna, specialmente quando hanno fatto dell’affinamento in bottiglia, sono più lunghi di altri a maturare ma sono molto longevi, quando ti capitano in questa forma sono veramente una goduria, lo definirei affascinante con una fragranza di frutto elegante e fine, terroso, minerale, spezie molto fini, un bilanciamento e equilibrio straordinario, veramente un gran bel vino, complimenti!!!

 Cesari 1999 Tenuta di Valgiano- Valgiano – Lucca:

 Un colore piuttosto marcato, ciliegia e more di rovo, pietra focaia, concentrato e potente, ma piuttosto pesante.

Chianti Rufina vigneto Bucerchiale 1999 Fattoria Selvapiana Rufina:

 Rosso rubino carico, frutta a bacca nera, buona dolcezza , potente e corposo, menta, tabacco, vaniglia, con una buona freschezza finale.

Querciagrande 1999 Podere Capaccia Radda in Chianti:

 Non è il tipo di vino che preferisco, sarà un mio limite, frutta matura e liquirizia, abbastanza pesante.

Rosso di Montalcino 1998 la Cerbaiona - Giulio Salvioni Montalcino:

 Giulio non si smentisce mai, il suo rosso, anche se con anni su le spalle, ha fatto un’ottima figura a dimostrazione che nonostante l’annata media si può sempre fare un’ottimo vino:

 Chianti Classico Poggio delle rose 1998 riserva Castell’in villa Castelnuovo Berardenga:

 Tipico Chianti di una azienda molto tradizionale, note floreali e di bosco, una ottima dolcezza, incenso, speziatura fine, molto elegante e equilibrato, con un finale accattivante.

Il Carbonaione 1994 Podere Poggio Scalette Greve in Chianti:

Rubino carico, frutta rossa matura, mora mirtillo, gelso, spezie che ricordano il pepe bianco, note mentolate e di eucalipto, il tutto con un buon equilibrio e corposità, finale lungo.

Anfiteatro 1990 Vecchie terre di Montefili Greve in Chianti:

 Rosso di ottimo corpo, profumi fruttati di amarena e ribes, grafite, ancora in forma.

Il Sodaccio di Montevertine 1990 Montevertine Radda in Chianti:

Vero sangiovese di Radda, molto maschio ccon delle note animalesche ma nello stesso tempo i classici profumi di violette e ciliegia marasca, leggera prugna e amarena, terroso, ma un velluto in bocca, grazie Martino.

 Chianti Classico 1990 riserva Castell’in villa - Pignatelli Castelnuovo Berardenga:

Rielabora le note del precedente con una terziarizzazione più presente.

Hanno un po’ deluso Chianti classico 1990 riserva Podere Capaccia Radda in Chianti Villa Antinori riserva 1955 castello di Brolio riserva 1957

bottiglie probabilmente mal conservate: I Sodi di San Niccolò 1998 Podere Salicutti-Brunello di Montalcino 1998 Il Poggio Monsanto 1995.

 Alcune notizie storiche sul territorio della Rufina Il nome della località deriva dall’antico nome di persona “Rufina”, essendo quest’ultimo riconducibile sia al nome di persona etrusco “Ruvfni” che a quello latino “Rufenus” o “Rufinus”. L’origine e lo sviluppo del borgo di Rufina ebbe inizio intorno al XIII secolo tuttavia in quell’epoca l’area corrispondente al comune attuale si trovava suddivisa in più parti, ciascuna della quali posta sotto differenti giurisdizioni. Il territorio si trovò conteso tra il Vescovado di Fiesole, i Conti Guidi e la Repubblica di Firenze. Quest’ultima ebbe la meglio all’inizio del XIV secolo annettendo il borgo alla cosiddetta Lega di Diacceto, oggi corrispondente all’odierna città di Pontassieve. Una parte del territorio restò invece sotto la giurisdizione formale del Vescovado di Fiesole ma continuò a subire l’influenza di Firenze. Sotto il dominio fiorentino, dapprima con il casato de’ Medici e successivamento con quello dei Lorena, il borgo di Rufina sviluppò e consolidò la propria economia che si incentrò prevalentemente sulla coltura di pregiati vigneti dai quali veniva prodotto un ottimo vino. Sebbene Rufina accrescesse nel tempo la propria ricchezza economica, essa continuò a rivestire un ruolo politico marginale poichè si trovava ancora accorpata alla Lega di Diacceto, che nel 1736 venne elevata al rango di Podesteria in seguito alle riforme lorenesi. All’inizio dell’Ottocento, quando il territorio venne occupato dai Francesi di Napoleone Bonaparte, il territorio di Rufina venne separato dalla Podesteria di Diacceto e inglobato nella nuova comunità di Pelago. L’odierno comune di Rufina nacque solo in un periodo successivo all’Unità d’Italia che avvenne nel 1861 ad opera di Vittorio Emanuele II di Savoia.

Incontro con Marco Parusso

Posted By Stefano Ghisletta Giorgio Buloncelli on marzo 15th, 2009

Finezza, Equilibrio, Bevibilità e Digeribilità.

Questo è l’obiettivo che accompagna Marco Parusso nella produzione dei suoi vini. Convinzioni anche controverse e che non piacciono a tutti gli appassionati, soprattutto a quelli dei Baroli tradizionali, ma che non intaccano assolutamente le sue certezze. È una persona provocatoria, anche con se stesso, decisa nel difendere le proprie idee ma capace di mettersi in discussione in ogni momento qualora ci fosse qualche cosa che non lo convinca.

“Non essendo un metodico cerco d’osservare le nostre vigne, d’interpretare ed adattare il lavoro alle loro necessità. L’obiettivo è quello di ottenere terre vive, ben ossigenate e rispettate aiutandole, se necessario, con degli apporti organici che rendono le viti reattive, più sane e in grado d’offrirci uve di perfetta maturazione e capaci d’esprimere il valore del nostro territorio. Anche in cantina non abbiamo un modo definito di vinificare ma abbiamo un obiettivo ben preciso da realizzare, cioè la ricerca assoluta dell’equilibrio e dell’armonia.Vini di carattere, ricchi ma molto fini dove la struttura tannica si fonde al meglio con la materia. Negli ultimi anni abbiamo spinto sul concetto di digeribilità, cercando di produrre vini con un alto grado di bevibilità, fattore un po’ perso in questi ultimi anni. Voglio ottenere dei Baroli più accessibili e godibili, meno difficili e scontrosi, bottiglie che non necessitano di essere aspettate una decina d’anni prima di essere godute a pieno”.

Parusso è un grande estimatore delle botti nuove, usate con grande maestria, infatti il loro influsso aromatico sui vini è equilibrato e ben fuso nella struttura generale. Il loro effetto micro-ossigenatore è fondamentale nello stabilizzare il più velocemente possibile i vini rendendoli molto resistenti all’ossidazione, infatti i suoi Baroli mantengono il loro carattere per molti giorni dopo la stappatura. Il loro apporto influisce anche sulla qualità dei tannini rendendoli vellutati e molto fini.

È straordinario notare come i suoi concetti sono perfettamente evidenziati nella degustazione dei vini.

I Sauvignon

Marco Parusso non fa mai cose banali, una quindicina d’anni fa ha voluto impiantare del Sauvignon a scopo sperimentale. Amante dei vini della Borgogna, avrebbe voluto lavorare dello Chardonnay ma il risultato non lo avrebbe soddisfatto, così decise per il Sauvignon. I vigneti si dividono tra Monforte d’Alba e Castiglione Falletto, le vigne più giovani sono destinate alla produzione del Langhe Bianco, mentre quelle che superano i 15 anni generano il Bricco Rovella.

Langhe Bianco Sauvignon 2008 (appena imbottigliato)

È di fine esuberanza, ha una nitida impronta esotica, è intenso, vivace e nervoso, ha una discreta grassezza e una fresca sapidità. Piacevole.

Langhe Bianco Bricco Rovella 2006

È un bianco di spessore, ogni passaggio della vinificazione, fermentazione alcolica, malolattica e maturazione per 12-15 mesi, avviene direttamente in piccole botti. Sorprende per maturità e finezza. Gli aromi sono di pompelmo e ananas, accompagnati da sfumature speziate per nulla stancanti. Al gusto rivela un bell’equilibrio tra grassezza, freschezza e sapidità.

Langhe Bianco Bricco Rovella 2000 (in magnum)

Ecco quello che non ti aspetteresti da un Sauvignon piemontese, la capacità di durare tranquillamente 10 anni. Il suo colore è magnifico, non dimostra affatto la sua età, un giallo dorato accompagnato da una brillante vivacità. Gli aromi sono freschi e complessi: albicocca, pesca, sotto bosco, polvere, … L’attacco è morbido e di buon volume, poi si sviluppa con agilità, solo sul finale è evidenziata una sfumatura di mandorla tostata. Un vino sempre vivo.

Le Barbere

La Barbera è coltivata in località Ornati a Monforte d’Alba. Due sono le etichette: l’Ornati, proveniente dalle giovani vigne, e la Superiore, nata  invece da ceppi di oltre 30 anni.

Barbera d’Alba Ornati 2007

Ha una dolce ed intensa espressione aromatica dove si evidenzia la purezza del frutto: lamponi, mora, sfumature floreali. È intenso, voluminoso e caldo, forse troppo, manca un po’ di freschezza ed equilibrio ed anche il finale è leggermente asciutto. Ne parliamo con Marco che esprime i suoi dubbi sulla tenuta del  tappo, infatti degustiamo un’altra bottiglia che subito mostra un altro equilibrio.

Barbera d’Alba Superiore 2006

È una gran bella Barbera, coniuga tutte le sensazioni che ne fanno un vino di alto livello. Gli aromi sono meno esuberanti della precedente ma che finezza e che complessità: il frutto ha una equilibrata maturità, le note di lampone e di mora si completano a meraviglia con quelle speziate e rinfrescate da una nota balsamica. La bocca è succosa e una viva freschezza bilancia alla perfezione la ricca componente alcolica, ha corpo e una struttura tannica non invadente e fine. Molto buona.

I Nebbioli

Il Nebbiolo è la vera passione di Marco Parusso, è la varietà con cui si è fatto conoscere ed apprezzare nel panorama enologico. Salvo le giovani vigne dedicate alla produzione del Langhe Nebbiolo, possiede pregiate parcelle nei crus della Bussia, Mariondino e Coste Mosconi in generale prodotti singolarmente.

Langhe Nebbiolo 2007

In quest’annata è un “piccolo Barolo”, ricco, maturo, con delle sfumature calde di frutta rossa e floreali. Ha un attacco ampio, si sviluppa con tannini dolci e vellutati, il finale è equilibrato e di buona lunghezza. Introduce alla perfezione la gamma dei Baroli. Buono

Barolo 35° anni 2005

La vendemmia 2005 coincide con il 35° dell’azienda, quindi perché non celebrarli con una cuvée speciale dove sono convogliate tutte le uve Nebbiolo da Barolo ?
“Un  vino come faceva mio padre” esclama Marco.
Non è un’annata monumentale ed il vino racchiude già belle sensazioni: finezza, purezza del frutto, eleganti sfumature speziate ed una fresca nota balsamica. Non ha una grande potenza ma lascia la bocca vellutata, ben rinfrescata e pienamente soddisfatta. Molto buono.

Una parte di questo vino non è stato imbottigliato e darà vita alla Riserva Oro 2005 che potremmo apprezzare solamente tra 10 anni. Vuol dire che attenderemo con pazienza … 

Barolo Bussia 2004

Questa è stata un’annata molto favorevole per la zona del Barolo, una di quelle che originano vini di lunga durata. Il Bussia questa sera è in buona forma e si svela con qualità e definizione, sfilano sentori di mora e ciliegia, petali di rosa, tabacco, cioccolata e una nota balsamica. In bocca anche se è già gradevole evidenzia la sua giovinezza, ha una struttura equilibrata e fitta ma ha assoluto bisogno di tempo ed ossigenazione per sviluppare tutto il suo grande potenziale. Già bevibile ma attenderemmo alcuni anni per avere un eccellente prodotto. 

Barolo Riserva Oro 1999

Gran finale con questa “special cuvée”, un vino che viene commercilizzato solamente dopo 10 anni e che sfata il concetto che se un Barolo è godibile in fase giovanile poi paga in longevità. Dalla degustazione emerge un vino che necessità di aria per esprimersi, poi la complessità si sviluppa con freschezza ed eleganza. È potente, grasso  e ricco, la grana dei tannini è sottilissima e vellutata, ha energia e si allunga verso un finale di assoluta completezza. Gran vino, già penamente apprezzato ma che saprà svilupparsi nel corso del prossimo decennio.

Il feedback avuto nei giorni successivi la serata ha voluto premiare la nostra proposta e le scelte di Marco Parusso. Un sincero grazie da parte nostra a Marco e a Gabriele per la riuscita della serata.

Taurasi 2005, un vino, tante facce di un territorio.

Posted By Angelo Di Costanzo on marzo 10th, 2009

taurasiprod1Ho già avuto modo di “postare” su questo spazio il resoconto dell’analisi tecnica svolta dagli enotecnici sull’annata 2005 del Taurasi pertanto vorrei spendere due parole sulla manifestazione in quanto tale che ha retto bene l’impatto nonostante gli spazi sembrano essere sempre meno “ospitali” per la mole di affluenza che arriva ogni anno in questi giorni a Taurasi. Qui c’è il successo di un gruppo di giovani e motivati professionisti capitanati da Paolo De Critofaro e Raffaele Del Franco che hanno lavorato alacremente affinchè tutto si svolgesse nel miglior modo possibile nonostante le enormi difficoltà che hanno dovuto superare per far sì che questa manifestazione continuasse il suo percorso partito nel 2002 con la presentazione dell’annata ‘99. A tal proposito, sia ben chiaro, questo evento è necessario allo sviluppo del territorio e al successo di questo straordinario vino in Italia e nel mondo e proprio in questa direzione è opportuno prima che vi racconti le mie impressioni degustative in un prossimo Post, sottolineare le due questioni importanti che sono venute fuori dal dibattito di sabato 7 nel corso della conferenza stampa di apertura; La prima è, quale la migliore comunicazione per imporsi sul mercato? la seconda, certamente più complessa è stata: il disciplinare di produzione attuale è  un limite o un ancora di salvezza irrinunciabile?

foto-cantine311Le questioni sollevate, la seconda proprio da me hanno subito incontrato un dibattito aperto e molto interessante. La comunicazione è essenziale, e qui c’è poco da dibattere: istituzioni, produttori, giornalisti, professionisti debbono camminare tutti assieme poichè da soli non si va da nessuna parte ed ognuno, nel rispetto dei propri ruoli e con le dovute responsabilità deve avere voce in capitolo in tutte le fasi di ideazione, progettazione e sviluppo comunicativo. In merito al disciplinare (che ricordo prevede solo l’85% di Aglianico), la mia domanda rivolta agli enologi presenti in sala è stata una pura provocazione motivata dalla grande necessità di carpire dove si vuole (si può) arrivare con il Taurasi lavorandolo eslcusivamente sul monovitigno, domanda che ha scaturito tutta una serie di considerazioni assolutamente utili a comprendere la profonda diversità territoriale dove nasce questo straordinario vino che sa essere duro, acido e tannico tanto quanto concentrato, abbastanza morbido e profondamente ammaliante. Identificare il Taurasi univocamente quindi è praticamente impossibile poichè vi sono aree di maggiore vocazione (oltrechè aziende, persone, esperienza ecc… ) e pertanto “sottodenominare” magari autorizzando la menzione dei cru di provenienza (che sul territorio sono già più o meno evidenti) aiuterebbe il Taurasi a manifestare una più chiara lettura delle sue diverse anime di Aglianico che si palesano soprattutto in annate difficili come questa. Per intenderci, i territori di alcuni comuni come Montemarano, Paternopoli, Castelfranci, Castelvetere hanno certamente condizioni pedoclimatiche differenti da comuni limitrofi come lo stesso Taurasi, o Làpio, Mirabella Eclano, Pietradefusi sino a tutti gli altri 9 ammessi alla docg, pertanto potrebbe risultare utile e funzionale in futuro creare una sorta di “sottodenominazione comunale” (vedi borgogna) secondo me fondamentale se si vuole dare piena vita a quello che prima possibile sarà assolutamente necessario attuare, e cioè una vera mappatura e zonazione fisica del territorio utile ad elevare questo vino a massima espressione dell’areale Irpino. Altra questione, come detto è il monovarietale 100% Aglianico che tutti si affannano spesso a sbandierare in etichetta per manifestare la propria integerrima volontà di valorizzare il vitigno più che il disciplinare il quale rimane ancorato a parametri vetusti e di comodo in anni sicuramente floridi più per le enormi quantità di sfuso che partivano con la ferrovia per mete lontane che per il lento successo che mieteva il Taurasi della famiglia Mastroberardino di Atripalda in giro per il mondo. foto-cantine61Lento successo che negli anni è certamente cresciuto facendo sviluppare sul territorio tante piccole (alcune brillanti) aziende, ma che comunque soffre, ecco, di una precisa e meticolosa comunicazione della realtà territoriale e del vitigno Aglianico, fattori questi che in momenti di stasi del mercato economico come questo degli ultimi due-tre anni soprattutto, lasciano dietro di se strali e strascichi di difficoltà commerciale tali da mettere in seria difficoltà buona parte del comparto produttivo locale per un vino certamente straordinario ma ancora lontano dall’esser pienamente compreso dai consumatori, soprattutto per alcuni mercati come quelli esteri abituati a vini tutti rotondi e senza durezze (spesso senza anima alcuna). Personalmente concordo sul grande potenziale del vitigno vinificato in purezza che può assumere configurazioni straordinarie se giustamente lavorato ed interpretato, ma delle due l’una, o si tiene il vino in cantina per il tempo necessario per presentarlo sul mercato all’altezza della situazione oppure si affrontano a viso aperto le problematiche investendo sempre più su una giusta comunicazione del prodotto. Ops… Eureka!!

Aziende emergenti al Benvenuto Brunello 2009

Posted By Franco Traversi on marzo 6th, 2009

Pian delle Querci:
Si trova nella zona nord di Montalcino, ad un’altitudine di circa 250 m.s.l.m. ha 8 Ha di vigneto dei quali 6 a Brunello, l’allevamento della vigna è a cordone speronato basso, 70 cm, il terreno tufaceo-argilloso molto ricco di scheletro, è un’azienda a conduzione familiare ma con un vignaiolo di grande esperienza come Pinti Vittorio.
In cantina non vengono usati nessun tipi di lieviti, fermentazioni controllate in acciaio, molto lunghe, poi botti grandi da 50 Hl di Garbellotto, i loro vini sono il risultato di ciò che la terra in quella zona può dare.
Il Brunello del 2004 si presenta con un bel rubino brillante, un connubio di fiori e frutta di bosco, molto elegante e pulito, una lunghezza media, ottima mineralista e sapidità, con un tannino ben integrato, non ha la potenza dei Brunelli della zona sud, ma l’eleganza e la sua dote.

Poggio dell’ Aquila:
Questa azienda è nata dalla scissione o divisione con Il Poggiolo, è situata nella zona sud-est a un’altitudine di 450 m.s.l.m.Renzo Cosimi usa botti grandi e tonneau da 500 lt.
Il suo Brunello 2004 è di un rubino medio, sentori di frutta rossa sotto spirito, balsamico, un accenno di liquirizia, corposo e lungo, con dei tannini ben amalgamati.

Ferrero:
Claudia Ferrero non ha bisogno di presentazioni è una bravissima produttrice e enologa, del resto con un marito come Pablo Harri è difficile sbagliare un vino.
Il suo Brunello 2004 si presenta con un colore rubino medio, ottimo frutto fresco e un bilanciamento fra lunghezza corposità e integrità, molto pulito come sempre, un tannino ancora presente ma è poco che è in bottiglia.

Quercecchio:
Posta a sud-ovest di Montalcino verso Camigliano.
Il Brunello del 2004 ha un rubino brillante fiori pansè, frutta marasca, pulito, abbastanza corposo una buona sapidità, degli accenni tartufati, un tannino ancora presente.

Castello della Velona:
(da non confondersi con La Velona-Monade 90)
Si trova a sud-ovest di Montalcino, 5 Ha di vigneto diviso in vari appezzamenti, sesti d’impianto 180×0,80° cordone speronato 4-5 capi a frutto, in cantina si usano botti da 25/30 Hl.
Il Brunello 2004 è rubino medio, profumi di fiori come la viola, frutti rossi maturi visciola, corposo e speziatura fine e elegante, molto maschile con dei tannini setosi.

Stella Viola di Campalto San Giuseppe:
L’ho lasciata per ultima solo perché questa bravissima produttrice è una realtà ormai affermata, che dire di Lei, che mi sorprende sempre di più, data la sua bravura e passione che ci mette nella vigna e ne i suoi vini, essi sono il frutto di tanti sacrifici, si perché Stella si occupa a tempo pieno di tutto, è Lei il braccio e la mente dell’azienda e i suoi vini non sono altro che il risultato finale.
L’azienda San Giuseppe consta di circa 15 ettari fra bosco e vigneti circa 6 ettari, con densità di circa 5.500 ceppi per Ha . Le vigne sono:
Vigna al Leccio sud-ovest 340 s.l.m. iscritta Brunello, Vigna Curva sud-ovest 320 s.l.m. Brunello, Vigna al Sasso sud-est 290 slm Brunello,Vigna Bassa sud 270 s.l.m. Brunello, Vigna all’Ulivo ovest 280 s.l.m. iscritta per 800 metri a Brunello e per 5000 metri Rosso di Montalcino Vigna al Bosco sud 240 s.l.m.
Ognuno dei sei vigneti può considerarsi un piccolo Cru con una propria personalità e un proprio carattere: che viene quindi vendemmiata e vinificato singolarmente depositato singolarmente in uno o più tini. Perciò le vigne vengono curate con attenzione che merita il voler preservare l’ecosistema che circonda i vigneti e l’azienda.
L’ azienda è certificata BIO dal 1996 e applica metodi biodinamici dal 2002.
Quest’anno è uscito il suo primo Brunello, ma da assaggi effettuati in cantina avremo per alcuni anni dei vino straordinari, a me in modo particolare mi affascina il Brunello del 2005.

Il Brunello del 2004 si presenta con:
di un colore rubino come una pietra preziosa, profumi di viola, iris, giaggiolo, frutto fresco di bosco ribes, lampone, fragolina, ciliegia, minerale, terra, carne, leggere note balsamiche, un tocco di ginepro e mirto, con una venatura leggermente dolce, il tutto con estrema pulizia e un bilanciamento perfetto, tannini setosi.

Anteprima Taurasi 2005, la parola agli enologi.

Posted By Angelo Di Costanzo on marzo 5th, 2009
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Ricevo e pubblico volentieri dall’ufficio stampa Diana Cataldo di Anteprima Taurasi 2005. Testi a cura di Paolo De Cristofaro.
Lo scorso Sabato 28 febbraio il gruppo di esperti si è ritrovato a Taurasi presso il Castello Marchionale per testare una selezione dei numerosi campioni che giornalisti ed appassionati avranno di fronte domenica 8 marzo, e per formulare una prima sintesi sul valore della vendemmia 2005. Il lavoro della commissione si è indirizzato innanzitutto su un’attenta analisi dei fattori climatici ed analitici di un’annata a dir poco controversa, caratterizzata da un andamento sinusoidale ma soprattutto da una fortissima eterogeneità di espressioni. Una lunga stagione che fino alla seconda metà di agosto sembrava promettere risultati straordinari e che poi ha obbligato i viticoltori irpini a fare i conti con un mese di settembre tra i più piovosi degli ultimi anni. E’ stato questo lo spartiacque per la qualità del millesimo: chi non ha lavorato bene in vigna, ha subito duramente gli effetti delle piogge, portando in cantina uve non particolarmente ricche di estratti e spesso non completamente mature. Chi, invece, ha risposto efficacemente alle precipitazioni ha potuto giovarsi di una seconda metà di ottobre molto favorevole, arrivando ad ottenere materie prime di bella polpa ed energia.
 
Una situazione perfettamente raccontata dagli assaggi della sessione tecnica: dopo la riflessione sui fattori meteorologici, gli enologi si sono concentrati sui principali aspetti produttivi ed organolettici, mettendo in evidenza a più riprese il carattere duro e austero dell’annata, ma anche la notevole integrità e complessità aromatica di buona parte dei vini assaggiati nonché il loro promettente potenziale di invecchiamento. Molto interessante la discussione finale, momento in cui tutti gli esperti partecipanti alla sessione hanno espresso e motivato il loro giudizio sintetico.
 
com-124512Praticamente all’unanimità, la commissione si è orientata verso un rating di quattro stelle (annata ottima), suggerendo la possibilità di una retrospettiva nel medio termine che consenta di riesaminare l’evoluzione del millesimo per un eventuale ritocco del giudizio, come già accaduto per i Taurasi 2001. Al di là dell’estratto numerico, grande soddisfazione è stata espressa dai partecipanti rispetto alla crescita qualitativa dei campioni testati e alla volontà di iniziare a creare momenti collettivi di lavoro e confronto che favoriscano una forte e radicata consapevolezza storica e metodologica, aumentando l’autorevolezza e la credibilità dell’appuntamento valutativo sull’annata. Un momento che, come è stato più volte sottolineato, non ha la pretesa di assumere la forma di una sentenza definitiva su una vendemmia soltanto all’inizio del suo lungo viaggio, ma vuole essere soprattutto un primo punto di vista. Una proposta di discussione che tenga conto non soltanto degli aspetti degustativi ma anche delle problematiche climatiche, produttive ed analitiche, fondamentali per cogliere a pieno tutte le potenzialità di un nuovo millesimo. Riflessioni e risultati della sessione tecnica verranno illustrati nel corso dell’incontro-presentazione con i produttori irpini, guidato dal giornalista Luciano Pignataro, che si terrà nel tardo pomeriggio di sabato 7 marzo. Considerazioni che saranno immediatamente confrontate con le prime indicazioni che emergeranno dopo la degustazione riservata alla stampa, prevista per la mattina di domenica 8 marzo. Al termine della sessione, infatti, i giornalisti accreditati saranno chiamati ad esprimere una prima valutazione sull’annata e sui vini, compilando una scheda descrittiva che fungerà da diario di bordo per questa e altre edizioni di Anteprima Taurasi.
aglianico1Luigi Moio: Che la 2005 non sia stata un’annata facile è abbastanza evidente: fino al periodo di pre-vendemmia la natura ha fatto bene, poi si è rivelato fondamentale il lavoro dell’uomo, in particolare per quanto riguarda il diradamento, funzionale all’arieggiamento delle piante. Provando a formulare un primo giudizio, comunque, penso si tratti di un millesimo destinato a dare grandi soddisfazioni a chi assaggerà senza preconcetti. Le bucce più sottili hanno consentito una cessione di antociani più facile e i vini hanno colori molto belli, profumi freschi e definiti, adeguati livelli di acidità, tannini in alcuni casi duri ma più maturi che nel 2004. In definitiva un’annata di grande eleganza e compostezza, con ottime prospettive di invecchiamento.
 
Fortunato Sebastiano: Gli assaggi di questi mesi fanno pensare a dei Taurasi 2005 caratterizzati da una sobria austerità e soprattutto da profumi ampi e complessi, mai urlati, con uno spettro olfattivo nel quale frutta e spezie sono in buon equilibrio. La classica irrequieta freschezza dell’aglianico assicurerà un buon invecchiamento e grandi terziari per una vendemmia molto convincente, seppur contraddistinta da un forte eterogeneità di risultati ed interpretazioni.
 
Vincenzo Mercurio: La 2005 sembra essere la classica annata elegante, dotata di freschezza, nerbo e sapore, molto vicina al mio gusto personale. Dal punto di vista dell’equilibrio strutturale sembra essere leggermente inferiore alla 2004, ma buona parte dei Taurasi 2005 potrebbero uscire molto bene alla distanza, regalando belle sorprese fra qualche anno.
 
Massimo Di Renzo: La vendemmia 2005 è stata per molti aspetti vicina alla 2004, con una quantità sensibilmente inferiore e una qualità alquanto eterogenea, in cui la vera differenza è stata fatta dal lavoro in vigna. Chi si è mosso bene ha ottenuto dei vini dotati di grande complessità olfattiva e spiccata originalità. Sono Taurasi che non mirano a stupire per concentrazione e struttura ma che brillano nelle migliori espressioni per carattere, freschezza, articolazione aromatica e, non ultima, notevole riconoscibilità delle sottozone di provenienza.
 
Roberto Di Meo: Fino alla fine di agosto, la stagione 2005 faceva prevedere una vendemmia straordinaria in quanto le condizioni climatiche erano perfette, con escursioni termiche molto favorevoli. Le piogge di settembre hanno modificato tali aspettative, ma chi ha potuto attendere il mese di novembre per la raccolta ha ottenuto dei risultati molto interessanti, trovando uve ricche di sostanze polifenoliche e soprattutto di aromi varietali per vini ricchi, complessi, ben strutturati e adatti all’invecchiamento.
 
Pierpaolo Sirch: L’eterogeneità dell’annata si rispecchia soprattutto nella maturazione dei tannini. Diversi vini tra quelli assaggiati presentano dei tannini duri e gessosi che probabilmente avranno bisogno di molto tempo per ammorbidirsi.
 
Lucio Mastroberardino: L’aspetto più interessante è la presenza di un minimo comune denominatore dell’annata che in questo caso è senza dubbio la grande presenza acida. Una durezza in evoluzione che fa immaginare ottime cose, soprattutto in prospettiva.
 
Raffaele Inglese: E’ un’annata tutto sommato non molto distante dalla 2004: potrebbe essere molto longeva soprattutto grazie alla componente acida molto in evidenza, rafforzata da tannini in evoluzione. Buona la concentrazione, tipici e variegati i profumi.
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Nei prossimi giorni il mio report sugli assaggi. (A.D.)

C’era una volta, un Principe, la sua dama e…il Casavecchia

Posted By Angelo Di Costanzo on febbraio 28th, 2009

a-d-b-da-terre-del-principe-038Peppe Mancini sta al Casavecchia (ed al Pallagrello) come Mastroberardino al Taurasi, fatte le dovute proporzioni il risultato, minimo comune denominatore è la storia. Tutto nasce alla fine degli anni ’80, l’avvocato che in questa storia poi diverrà Principe come consuetudine ama recarsi nella sua casa di campagna nel fine settimana per riprendersi dalle fatiche e le angherie del foro e rifarsi gli occhi ed il palato con i colori, i profumi ed i sapori della terra dell’alto casertano che qui a Castel Campagnano sembrano acquisire tonalità uniche avvicinabili solo alle più famose colline del cosiddetto “Chianti shire” nella lontana Toscana.

In quegli anni l’avvocato si diletta con la vigna e la vinificazione tanto che lasciandosi aiutare dai contadini della zona riesce pian piano a mettere su un piccolo vigneto di circa 2 ettari allevato con il sistema tradizionale della pergola casertana recuperando alcune marze di barbatelle di uve che qui tutti conoscono (vinificandole da tempo per consumo proprio) come casavecchia e pallarella nera e bianca ma che in realtà nemmeno risultano negli annali ufficiali degli albi poiché spesso confuse con altre varietà autoctone campane già esistenti come la coda di volpe nera e bianca.a-d-b-da-terre-del-principe-001

Nel 1991 la prima vendemmia, conservata gelosamente in damigiane da 54 litri della quale però non si riuscirà a goderne del frutto poiché andate letteralmente a ruba, nel senso che vennero trafugate dalla cantinola di Peppe Mancini mentre lui era a Napoli per lavoro. Convinto però di stare seguendo la via giusta, nel 1992 durante una cena di piacere ebbe modo di conoscere l’enologo Angelo Pizzi, allora mentore della Cantina del Taburno che non fece mancare i suoi consigli per dare maggiore spinta, semmai vi fosse bisogno, al desiderio dell’avvocato di realizzare il sogno di tirare fuori da quei vitigni tanto sconosciuti vini che potessero conquistarsi un posto significativo nel panorama vinicolo campano al fianco dei già conosciuti Aglianico, Fiano, Falanghina e Greco di Tufo allora in piena evoluzione di gradimento sul mercato. a-d-b-da-terre-del-principe-029Il 1998 è l’anno dell’incontro con il prof. Luigi Moio che teneva a Caserta, presso la camera di commercio un convegno sui vitigni autoctoni campani e l’intuizione di Vincenzo Ricciardi di invitare Peppe Mancini a presentare i suoi vini si rivelò un coupe de teatre fenomenale che diede il via di lì a poco alla realizzazione del sogno del neo vigneron che si vide capitare tutto in un colpo sulla sua strada dapprima l’enologo giusto per la sua causa e dopo poco tempo anche la spalla giusta per dare lo slancio necessario al suo progetto: Manuela Piancastelli. Giornalista de Il Mattino, tra le prime specializzate a caccia delle novità enogastronomiche campane, punto di riferimento in regione del buon Gino Veronelli che mai mancava di manifestare la sua stima per questa elegante, professionale e caparbia dama del buon gusto, Manuela cercò nel tempo di saperne di più su questo famigerato nuovo produttore campano che veniva fuori dal nulla con la storia di vitigni centenari recuperati dall’estinzione certa, che per’altro alimentava il mistero negandosi ad ogni richiesta di intervista sino a divenire coscritto dalla sua educata quanto spudorata insistenza: è un colpo di fulmine, è amore a prima vista. Arriviamo nei primi anni del duemila, l’avventura Vestini Campagnano, la prima azienda ad incarnare il progetto di Peppe Mancini è al suo capolinea, diversi i riconoscimenti già arrivati per il Casavecchia tra i quali alcuni di grande lignaggio ma la voglia di ripartire è tanta che subito con Manuela nel 2003 inizia l’avventura Terre del Principe, con Luigi Moio sempre al loro fianco ed una nuova storia da consegnare agli annali della viticoltura campana che annovera tra i suoi esponenti un’altra azienda a cinque stelle.

 

centomoggia1Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2008 L’assaggiamo direttamente dalle barriques, Peppe Mancini ci tiene a farci dare uno sguardo alla bottaia dove riposano i vini scrupolosamente stipati di carato in carato distinti per filare ed epoca vendemmiale nonché per caratteristiche post fermentative. Un lavoro maniacale che appartiene più al vigneron che all’enologo che vuole i suoi vini massima espressione distintiva di ogni singolo cru aziendale. Il colore è stupendo, viola melanzana che lascia sulla parete del bicchiere tracce cromatiche cristalline con sfumature inchiostro. Il naso è una esplosione di vinosità e succo di piccoli frutti neri, mirtillo, ribes e mora. In bocca è secco, abbastanza caldo, l’assaggio dalle barrique ci consegna come prima sensazione una nota tostata leggera e ben miscelata con il tannino, comunque di latente imprinting a favore di una gradevole acidità, chiudendo ancora su di un frutto delizioso e persistente. Ne verrà un bellissimo vino.

 

centomoggia1Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2006 Il vitigno ha una origine ancora poco certa ma una cosa è acclarata e cioè che è presente qui nell’areale di Castel Campagnano da tempo immemore, forse il rinomato Trebulanum dell’epoca romana era composto proprio da questa uva che proprio per la sua alta resistenza alle malattie della vite è sopravvissuta al tempo ed all’uomo. Il colore è molto invitante, rosso rubino con netti riflessi violacei, poco trasparente, un biglietto da visita assai ammaliante per un vino di tre anni. Il primo naso è caratterizzato da note olfattive fruttate molto gradevoli e persistenti. Lasciandolo “aprire” mostra pian piano di avere anche note lievemente balsamiche e di burro di cacao; Di buona beva, di corpo e di buona profondità gustativa. Ideale se abbinato a primi piatti con ragout di carni, penso ad una bolognese o a carni bianche ai ferri. Indomabile la polposità del frutto che accompagna ogni fase della degustazione. 

 

centomoggia1Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2005 Vendemmia particolare questa, la piovosità che ha accompagnato il ciclo di maturazione dell’uva ha creato non pochi problemi in cantina ed onde evitare vini con poco carattere si è dovuto intervenire ( previo salasso, nda) cercando di concentrare maggiormente il frutto evitando di diluire oltremodo la materia estrattiva che è alla base della qualità di questo vino, prodotto già con bassissime rese per ettaro e con il giusto dosaggio di legni, questi ultimi sempre di secondo passaggio per non sovrastare oltremodo il frutto con i suoi tannini ellagici ceduti durante la fase di affinamento. Il colore permane su di un timbro rubino con piccole sfumature violacee, qui la trasparenza manifesta una sua minore concentrazione cromatica che trova conferma in una media consistenza nel bicchiere. Il primo naso è abbastanza persistente, caratterizzato sempre da note olfattive di piccoli frutti rossi che sembrano essere caratteristica distintiva del vitigno, il marker, quello dei mirtilli, mora e ribes che caratterizza l’olfatto del casavecchia in tutta la sua fase evolutiva. In bocca forse il suo punto debole, estremamente morbido, avvinghiato su una beva scorrevole ma senza particolare profondità. In questa fase non sarebbe male berlo su alcuni piatti di pesce salsati o in tempura.

 

centomoggia1Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2004 Ritorna un naso leggermente più complesso del millesimo precedente, certamente il fruttato, sicuramente più intenso e persistente ma non di meno note terziarie in piena evoluzione. Già il colore tende di nuovo ad una maggiore concentrazione, è più vivace, poco trasparente ed a retto bene i cinque anni alle spalle. Le sensazioni olfattive si fanno via via maggiormente intriganti, prima vengono fuori note balsamiche, poi erba aromatica, una nota soave di rosmarino che ritorna soprattutto dopo la beva. E’ secco, caldo, abbastanza morbido con una discreta acidità a sorreggere un vino abbastanza equilibrato. Lasciare ampiamente respirare questo vino, da accostare per esempio a formaggi pecorini freschi.

 

centomoggia1Terre del Volturno Casavecchia Centomoggia 2003 Mi ha colpito molto questo vino, abbastanza lontano dai precedenti assaggiati e con una storia tutta sua: il 2003 è l’anno di nascita dell’azienda, quando ancora era in via di finitura la cantina con tutte le problematiche relative alla gestione della vinificazione e dello stoccaggio delle masse; Per altro in un millesimo non certo facile, l’annata la ricordiamo tutti per il caldo torrido che ha imperversato in lungo ed in largo creando in molti casi i presupposti più per succhi di frutta che per vini degni di attenzione. Eppure questo Centomoggia sembra avere una marcia in più, il colore ha retto bene, conserva sempre quel timbro rubino netto e manifesta una certa consistenza. Il primo naso è subito su note terziarie, molto elegante e profondo, nuances balsamiche, liquerizia, erbe aromatiche, cuoio, terra bagnata che non smette mai di porre all’attenzione durante la beva. In bocca è secco, decisamente più austero dei precedenti, ha lasciato alle spalle brillantemente le note tostate cedute dal legno (all’epoca nuovi) e conserva un’anima propria molto affascinate, un altro segno che ci sono margini evolutivi possibili e tutti da scoprire anche per questo “nuovo” autoctono campano e soprattutto che probabilmente nulla gli vieta di superare il decennio di vita con la giusta brillantezza e profondità: benvenuto Casavecchia, tra i grandi vini italiani.

La storia nel bicchiere, Mastroberardino.

Posted By Angelo Di Costanzo on febbraio 19th, 2009

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“Tutti dicono che Mastroberardino sia la storia in Irpinia, va bene, ci fa piacere, ma noi questa storia ce la vogliamo continuare a conquistare; Mi piace pensare alla nostra azienda come il marchio Levi’s, non ti poni mai il problema se è di moda o meno, sai che ti calza bene e quindi ne hai sempre almeno uno nel tuo guardaroba che quando non sai cosa mettere, vai lì, lo tiri fuori e sai di aver risolto. Ecco, noi siamo così, siamo qui da centotrenta anni, fuori dalle mode, dentro le vostre cantine, e puntiamo ad essere sempre più costantemente all’altezza della vostra situazione…”. (Dario Pennino, a.d. di  Mastroberardino S.p.a.).

taurasiradiciris1Taurasi Riserva Radici 1997 Rimane una mia convinzione, non lo so, ma l’annata ’97 per il Riserva Radici segna un confine superato il quale questo Taurasi ha virato verso una godibilità del frutto più immediata e di “moderna” concezione, che seppur maggiormente appagante per profumi e gusto di un avventore in cerca di immediatezza ha lasciato indietro quei ricordi sublimi di un aglianico forzatamente austero e ruvido, certamente più antico ma sempre all’altezza di piatti rustici, sinceri come la tradizione enogastronomica campana, quella Irpina in testa, propone con naturalezza e semplicità disarmanti. Di colore aranciato, mediamente consistente e trasparente si pone con una naso mediamente intenso su note terziarie di tostato, chiodi di garofano. In bocca è secco, caldo di buon corpo con una beva scorrevole e legata ad una spiccata freschezza ancora tangibile. Pronto da bere, su cacciagione arrosto, penso per esempio al cinghiale con papaccelle.

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Taurasi Riserva Centotrenta 1999 Non avevo ancora avuto modo di berlo, presentato lo scorso anno per consacrare alla storia i 130 anni del marchio Mastroberardino, tra i primi ad essere esportato in tutto il mondo, in sud America in particolar modo sin dalla seconda metà dell’800 come testimonia l’iscrizione alla camera di commercio di Roma (sede della società di spedizione) datata 1878. Il vino è di un bel colore rubino con sfumature granata, consistente ed abbastanza trasparente. Il primo naso è vivace su note aromatiche intense ed abbastanza persistenti di fiori secchi, spezie fini, poi ceralacca, smalto. In bocca è asciutto, austero con un frutto davvero invitante, intenso e persistente e con una spiccata profondità. Un Taurasi tra il vecchio ed il nuovo, perfetto su di un cosciotto d’agnello glassato, ma capace di tenere testa anche a formaggi stagionati e di carattere.

 

taurasi-radici-riservaTaurasi Riserva Radici 2003 Presentatoci come anteprima dato che non è ancora commercializzato, questo vino nasce dai vigneti che l’azienda conduce in quel di Montemarano, area tra le più vocate per la denominazione di origine controllata e garantita Taurasi e sempre di difficile intepretazione; Si pensi che qui capita non di rado che la vendemmia venga protratta sino a metà novembre, spesso con le prime nevicate in continuo agguato. Il colore è molto affascinante, rosso rubino, piccole sfumature granata di buona vivacità, consistente. Il primo naso è molto invitante, prugna e marasca mature, poi note tostate ed intense avvolte in una aromaticità molto gradevole di polvere di cacao e caffè. In bocca è secco, caldo, la morbidezza è ancora un miraggio lontano, anima sincera di un aglianico che speriamo ci possa accompagnare per molti anni a venire, un vino di carattere da accostare a piatti ricchi, una bella tagliata di “marchigiana” appena scottata ed in stagione accompagnata con una manciata di porcini appena rosolati.

 

d08d_21Taurasi Historia Naturalis 2004 Storia tribolata quella del Historia Naturalis, vino nato alcuni anni orsono per dare spunto ad uno studio di ricerca accurato sul matrimonio aglianico-piedirosso sempre molto a cuore a Piero ed all’azienda tutta ma che in realtà non ha mai sortito gli effetti sperati se non quello di valorizzare un nome molto evocatico oggi tutto a vantaggio di un nuovo Taurasi prodotto esclusivamente dalle uve di vecchie vigne quarantennali in Mirabella Eclano, Cru di particolare elezione per l’aglianico di Taurasi di recente acquisizione dove sorge il Radici Resort, la nuova struttura votata all’ospitalità di casa Mastroberardino. Il colore di questo vino è assai affascinante, rubino con riflessi violacei, di bella vivacità. Il primo naso è un effluvio di sentori fruttati nitidi e freschi di piccoli frutti rossi, mirtillo e mora su tutti accompagnati da una gradevolissima sensazione tostata. Il gusto è secco, caldo, con una piacevole tannicità che sorregge una beva caratterizzata dal ritorno di sensazioni classiche dell’aglianico come un finale di bocca balsamico e speziato. Un rosso di carattere, che piace e piacerà a chi si avvicina all’aglianico di Taurasi per la prima volta e a chi ricerca in questo nobile vino una maggiore concentrazione di frutto. Su cosciotto d’agnello agli aromi con patate al forno.

 

taurasi-radici-riservaTaurasi Radici 1968 Piero Mastroberardino e Dario Pennino decidono di sorprenderci regalandoci questa emozione unica e poco replicabile a chiusura di questo bellissimo percorso di degustazione. Si aprono alcune bottiglie di Taurasi Radici 1968, all’epoca ancora doc e l’unico dei vini del sud a poter essere ammesso ai confronti con i già blasonati Barolo e Brunello di Montalcino. Nasce proprio da qui l’intuizione di conservarne qualcuna di queste bottiglie in un millesimo molto apprezzato da alcuni vignaioli langaroli di fama amici di Antonio Mastroberardino che lo invitarono a stipare qualche cassa di questo vino nelle proprie cantine, e così fu. Settecentoventi lire, questo il prezzo all’epoca necessario per poter godere di questo nettare, a vederlo oggi in questo bicchiere, sotto il mio naso, penso a quanti negli ultimi anni fanno il prezzo dei loro vini pensando esclusivamente a quanto li vende il proprio vicino o alla necessità di rientrare del proprio investimento nel più breve termine possibile fregandosene di “fare cantina”. Pazzi, incoscienti del valore della condivisione e del fascino del tempo, innamorati solo del proprio portafogli o al massimo della propria silouette riflessa allo specchio. Ma veniamo al dunque, le bottiglie vengono stappate almeno un’ora prima del servizio, attentamente gestite dallo staff e versate senza residuo alcuno nei calici di ognuno. Il colore è bellissimo, rosso granata con nuances arancio sull’unghia del bicchiere, cristallino e limpido. Il primo naso è sorprendente, ci si aspettano sensazione vetuste e poco eleganti ed invece è una esaltazione stilistica di eleganza e finezza: pout-pourri di fiori e frutta secca, corteccia, carrube linearmente accompagnati da note balsamiche fini ed abbastanza persistenti. In bocca è secco, abbastanza caldo, assolutamente preservato da una freschezza sorprendente e tangibile ancora oggi, un vino magistrale, minerale, decisamente una esperienza degustativa che rimarrà ben impressa nella mia memoria: ho finalmente un parametro di longevità tangibile dell’aglianico che mira alla finezza ed all’eleganza come solo pochi grandi Pinot Noir borgognoni possono esprimere; E’ vero, è dura aspettare 40 anni e più, ma qualcosa dovrà pur rimanere alle generazioni future oltre che le nostre scorie e le nostre sciagurate scelte politiche!

Il Barolo di Cascina Ballarin

Posted By Davide Canina on febbraio 14th, 2009

Giorgio e Gianni Viberti di Cascina Ballarin Cascina Ballarin è un’azienda a conduzione familiare.

Da quando ho scoperto quest’azienda ho capito molte cose del mondo del vino e dopo la visita mi sento ancora più legato al vino, a La Morra e alle Langhe. Un’esperienza veramente piena di emozioni.

I fratelli Giorgio e Gianni Viberti oggi conducono l’azienda di famiglia nata nel 1928.
“Ballarin” è il soprannome che la famiglia ha sempre avuto a La Morra e così si è voluto mantenere la familiarità di questo nome anche per l’azienda vinicola.

Tutti i lavori sono svolti direttamente da Giorgio e Gianni, dalla potature, il diradamento e la vendemmia in vigna fino ai lavori di cantina per concludere anche con imbottigliamento ed etichettature.

L’azienda è costituita da circa 10-11 ettari che si trovano principalmente nel comune di La Morra e con alcuni vigneti anche a Monforte d’Alba.

I vitigni maggiormente coltivati sono quelli tipici e autoctoni delle langhe : Nebbiolo, Barbera e Dolcetto. Ci sono anche alcuni piccoli impianti di cabernet sauvignon, chardonnay e pinot nero.

La visita ai vigneti con Giorgio comincia subito dal “Bricco Rocca” il cru principale dell’azienda che si trova subito alle spalle della costruzione della casa e della cantina.

Il terreno è prevalentemente calcareo e marnoso. La marna è tipica della zona di La Morra e questa stratificazione permette di ottenere dei vini molto eleganti e fini. Sono vini che hanno bisogno di un affinamento più breve per essere pronti, un po’ come per Verduno e Barolo.

Da questo grande cru si ottiene un grande Barolo che negli anni migliori diventa anche “Riserva Tistot”. Questo vino rappresenta la tipicità e la storicità del Barolo e dei “Ballarin”. L’affinamento è svolto in botti da 10-20 Hl di rovere di Slavonia, quindi in maniera tradizionale.

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Un grande vino che trasmette la passione e l’anima che i fratelli Viberti mettono nel loro lavoro. Sono stato più volte in azienda da loro e ogni volta imparo qualcosa di nuovo che mi invoglia sempre a ritornare da loro.

Dopo il bel giro in vigneto ci siamo spostati a Monforte d’Alba in zona “Bussia” dove viene prodotto l’altro Barolo di punta dell’azienda.

“Bussia” è una delle regioni più importani di Monforte, dove nascono grandi vini. Il terreno si presenta compatto ed è prevalentemente argilloso-calcareo. Da questi terreni si ottengono vini più strutturati, più duri che necessitano di maggiorne affinamento in bottiglia prima di essere degustati come si addice a questi nettari divini. Rispetto alla zona di La Morra hanno bisogno di più invecchiamento.

In questo caso il vino cambia totalmente faccia. Infatti il Barolo “Bussia” è affinato in barrique francesi e quindi rappresenta una maggiore modernità, senza però eccedere in globalizzazione del gusto e della tipologia. Lo stile e l’eleganza è sempre presente e rende questo vino veramente piacevole.

Per ultimo ci terrei a parlare del Barolo “Tre Ciabot” che rappresenta un po’ il compromesso tra i due stili precedenti. Infatti il “Tre Ciabot” proviene da tre vigneti sparsi tra La Morra e Monforte. “Ciabot”, nelle Langhe, sono chiamate le casette che si vedono nelle parti più alte della collina che servivano una volta da punto di appoggio per i produttori. Per questo vino abbiamo un’affinamento del 50% in botti di rovere di Slavonia e 50% in barrique francesi.

Ecco che possiamo apprezzare una maggior morbidezza ed equilibrio rispetto al “Bricco Rocca” e al “Bussia”. E’ un giusto mix, per chi si vuol avvicinare piano piano al Barolo.
Il Barolo è un vino difficile, con un tannino importante e retrogusto un po’ amarognolo classico del nebbiolo. Per chi si avvicina a questo mondo le prime volte forse immagina qualcosa di diverso e spesso negli occhi delle persone vedo un po’ di dubbi.

Ma il “Tre Ciabot” credo che possa mettere d’accordo tutti alle prime degustazione.

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Devo dire che l’azienda mi è entrata nel cuore anche perché si è instaurato un bel rapporto di amicizia. Avendo anche l’agriturismo spesso quando mi fermo a dormire nelle langhe, Cascina Ballarin è il posto dove vado più spesso. Ci sono 4 camere doppie e una colazione davvero buona che permette di riscoprire la bellezza delle langhe.
Non dimentico il papà Luigi che ancora non demorde e tutte le mattine si alza e va in vigna. E’ uno spettacolo vederlo all’opera, capisco da dove Giorgio e Gianni hanno ricevuto questa grande passione che esprimono in maniera diversa.

Giorgio è più estroverso e subito mi ha messo a mio agio facendomi sentire a casa, poi conoscendo Gianni, che è più schivo, ho scoperto la sua grande passione, la sua grande meticolosità che mette nella cura del vigneto e della cantina. Il piacere di conoscere due veri “vigneron” langaroli mi ha permesso di entrare in questo mondo da una porta di qualità che ha fatto decollare la mia passione quando era agli albori.

Cascina Ballarin
Frazione Annunziata 115, La Morra (CN)

Tel. 017350365
cascina@cascinaballarin.it
www.cascinaballarin.it

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