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"Spesso la condotta di un uomo, riscaldata dal vino, non è che l'effetto di ciò che, negli altri momenti, avviene nel suo cuore" J. J. Rousseau
 

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I Cru di La Morra

Posted By Davide Canina on novembre 3rd, 2009

La Morra cuore delle langhe e della zona di produzione del Barolo.Qui il territorio è un tappeto di vigneti con 27 sottozone riconosciute tra le più prestigiose.
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Queste sono oggi le nostre protagoniste alla ricerca del giusto riconoscimento di un territorio particolarmente vocato alla viticultura, terra benedetta dal signore.
A me piace risalire La Morra sempre dalla frazione Annunziata, non me ne vogliano gli abitanti della frazione Santa Maria.
Questo credo sia dovuto al fatto che nel 2004 quando arrivai alla mia prima esperienza lamorrese fu quella la mia risalita che mi toccò il cuore.
Ricordo che mentre salivo lungo la collina ammiravo questi vigneti così perfetti, curati in ogni suo particolare.
Mi sarò fermato almeno una ventina di volte, ogni volta attratto da un particolare diverso, dal grappolo di nebbiolo  a quello di Barbera, fino albuon amato dolcetto.
La cura della defogliazione e del diradamento che viene svolta è ammirevole.
La prima volta arrivai proprio qualche giorno dopo il diradamento e per la prima volta vini tanti grappoli per terra lungo i vigneti e questo mi fece capire l’attenzione e la qualità nel lavoro in vigna che viene dato a La Morra.
Oggi è sempre più facile “costruire vino” con gradazioni alte, robusti, un po’  “palestrati”. Ma il vino si fa prima di tutto in vigna con giusti diradamenti e cure nei filari.
Prima di arrivare a La Morra mi fermo alla Chiesa dell’Annunziata, storica costruzione simbolo della frazione e del paese di La Morra .chiesaannunziata
Già nel giugno 1200 nel documento XXX del Rigestum Comunis Albe curato da Euclide Milano titola: De facto Marcenasci Sismundi et Guilielmi si trova nell’elenco reso dagli uomini del posto circa i possedimenti di Sismondo e Guglielmo, signori di Marcenasco, attuale frazione Annunziata. Su tale documento viene citato per la prima volta il luogo di Marcenasco, col suo castello e le sue pertinenze di vigne, campi e prati. Si fa pure riferimento ad un templum non identificato.
A Marcenasco, che all’epoca comprendeva anche l’attuale frazione di Santa Maria, era nato il primo nucleo abitativo della futura Murra. Tuttavia, già nel 1270 un altro documento del Rigestum parla di Marcenasci seu Murre: tale documento testimonia quindi la nascita del villaggio di Morra sulla sommità della collina, villaggio dal quale dipendeva l’area di Marcenasco.
Dopo la visita alla chiesa è arrivato il momento di visitare i “Cru” o meglio dire “Sottozone”, qui non amano troppo l’esterofilia ed ecco che le colline più prestigiose vengono chiamate BRICCO oppure SORI’ come a Diano d’Alba che per prima mappò le sue colline più prestigiose.
Ecco le mie visite ai principali Cru di La Morra.
Il primo che incontriamo è il BRICCO ROCCA ( siamo in Frazione Annunziata ).
La collina si eleva a circa 250 metri s.l.m.

Qui Il terreno è prevalentemente limoso-argilloso con la presenza di una stratificazione marnosa che permette di avere un terreno complessivamente diviso in strati. Questo cru è prodotto dall’Azienda Cascina Ballarin

Alta densità  dei filari per garantire una maggiore competitività tra i grappoli e quindi “obbligare” in maniera naturale alla pianta produrre di meno. Altra attenzione che svolgono i produttori è quella delle tre sottovarietà di Nebbiolo “Lampia”, “Michet” e “Rosè”.  Il “Rosè” è una qualità che oggi va un po’ scomparendo. Principalmente sono coltivati “Lampia” e “Michet”.
La Morra ha un terreno prevalemente marnoso-argilloso.I vini sono più profumati e un po’ meno tannici rispetto alle zone di Serralunga d’Alba e Monforte d’Alba. I vini risultano più fini e piacevoli grazie alla stratificazione presente nel terreno contro una maggiore struttura data da un terreno compatto.
I secondi “cru” sono quelli dell’azienda Fratelli Ferrero e sono GATTERA e LUCIANI, dai quali si ottiene un Barolo dato dall’assemblaggio dei nebbioli da barolo ottenuti in queste colline e uno dei miei preferiti il BRICCO MANZONI
Il GATTERA  si trova in frazione annunziata. L’altitudine è di circa 300 metri. Prende questo nome dalla zona storica, che sin dal 1340 si chiamava Gateria.
Il LUCIANI o meglio dire BRICCO LUCIANI si estende dalla Cascina Luciani fino alla borgata Gancia. L’altitudine è circa 250 metri e la pendenza permette alla collina di prendere il sole da sud.
Il BRICCO MANZONI ha un’esposizione a sud/sud-est e si trova a 254 metri. Di questo cru sono prodotte solo 2700 bottiglie.
Questa collina sembra innalzata da non so quale mano. La collina sembra simmetrica da qualsiasi punto lo si guarda, sembra disegnata da una mano di Van Gogh, nel periodo autunnale i colori esprimono l’essenza di questo bricco.
Vediamo colori rossi, verde e gialli. La maturazione della collina ci dice che per quest’anno il suo dovere l’ha fatto ed ora ha bisogno di riposo ma prima vuoel dare un’ultimo segnale per entrare nel cuore delle persone e far amare sempre più questo territorio.

Altra importante e quotata azienda che produce il BRICCO MANZONI e il BRICCO LUCIANI è l’azienda GRASSO SILVIO oggi portata avanti da Grasso Federico e dalla moglie Marilena. Da qualche anno anche Silvio il figlio di Federico e Marilena, che porta il nome del nonno fondatore dell’azienda, si sta impegnando a continuare la tradizione di questa azienda che lavora con passione producendo vini di qualità.

L’azienda Corino Giovanni di Corino Giuliano, vicino sia all’azienda Fratelli Ferrero che alla chiesa dell’Annunziata produce in particola il cru GIACHINI. Questa “sottozona” si estende a valle del piano di San Martino e si trova a 240-270 metri. L’esposizione è Ovest/Sud-Ovest e il tipo di terreno è in prevalenza argilloso con venature bianche.
L’azienda produce 6500 bottiglie. Altra azienda che produce il cru GIACHINI è l’azienda Fratelli Revello, anche questa azienda produce vini veramente di qualità e si trova subito 150 metri dopo l’azienda Corino scendendo dopo la chiesa dell’Annunziata.
Arrivo finalmente al centro di La Morra dove la panoramica su tutte le langhe dalla piazza Castello è qualcosa da non perdere.
Se il cielo è limpido si vedonole colline fino a Rodello in Alta Langa e dal lato opposto i castelli di Govone e Guarene nel Roero.landscape1
Di qui se volete avere conoscenza delle curiosità sui vini, sul territorio, sulle storie lamoressi cercate di Beppe nella Cantina Comunale.
Questa persona trasmette tutto l’amore dei lamorresi per il paese e per il vino.
Un passaggio obbligato per cui è la cantina comunale è un punto di riferimento per turisti, perché lì possono trovare tutti i vini delle cantine del comune di La Morra, ben 63 aziende sono presenti che imbottigliano i vini
Il territorio di La Morra, come quasi tutte le langhe, e il Piemonte intero che ha le caratteristiche di avere medie-piccole realtà a livello di ettari per produttore.
C’è una divisione dei vigneti delle sottozone come in Borgogna.
Per un “cru” può appartenere a più proprietari.
Oggi che si cerca di raggiungere sempre un’alta qualità è molto interessante vedere il diverso lavoro di ogni azienda sulla singola sottozona.
Qui escono le vere differenze del metodo di lavoro in vigna, di vinificazione, di macerazioni e d’invecchiamento.
Arriviamo al Bricco BRUNATE e CEREQUIO due dei cru storici di La Morra anche perché portati a riconoscimento nel mondo da Roberto Voerzio.
Qui incontriamo un piccolo produttore Flavio Saglietti che mi ha fatto scoprire queste sottozone e apprezzare il lavoro che si può svolgere nelle cantine a conduzione familiare di La Morra.
Nel cru CEREQUIO il substrato dei terreni sono in prevalenza marne di S.Agata fossili ( Marne sabbiose di colore grigio-azzurro con tenore in Carbonato di Calcio pari a circa il 35% quindi di Età Miocene medio Tortoniano) mentre spostandoci in profondità troviamo caratteristiche franco-limoso-argilloso con la presenza di una marna grigia. Non ci sono pietre.
Nel cru BRUNATE abbiamo una tendenza con  maggiore frequenza di intercalazioni di livelli calcareo-marnosi e arenacei ben cementati a cemento calcareo. La colorazione varia da grigio-azzurrognola a grigio-verdastra. Forte la presenza di Tufo (più verso di Età Pilocene Inferiore Messiniano )
Sono zone così vicine ( 50 metri ) ma dalle quali si ottengono vini così diversi.
Più robusto e più potente  Il BRUNATE, più fine e più profumato il CEREQUIO
Questa è la vera bellezza del vino se si conosce il territorio e si comprende la particolarià della combinazione microclima-terreno.
Per terminare la prima parte del mio viaggio ridiscendo da La Morra verso la frazione Santa Maria dove incontriamo molti produttori e alcune colline tra i più importanti.
Il cru SERRA DEI TURCHI è prodotto dall’azienda Viberti Osvaldo. Questa collina durante le invasioni dei saraceni di più di mille anni fa ne fecero una colonia. L’altezza è di circa 265 metri. Esposizione a sud. Il terreno è prevalentemente argilloso-calcareo di Età Miocene medio Tortoniano. Il versante di Santa Maria presenta un microclima diverso da quello che si presenta in fraz.Annunziata o nella parte alta di La Morra.
Per cui tutti i cru o sottozone di La Morra presentano una varietà di profumi e struttura da scoprire.

Questo è il bello del vino.  Buon Barolo a tutti !

Figli di un Dio Minore: D.o.c Montescudaio

Posted By Luciano Rigo on giugno 30th, 2009

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La Toscana, grande Terra di Vini blasonati e conosciuti in tutto il mondo, ma oltre al Brunello, Chianti, Bolgheri e Sassicaia non bisogna dimenticare le altre D.o.c, altrettanto interessanti anche se meno famose, come ad esempio la zona di Montescudaio da cui prende il nome la zona di origine controllata.

Un territorio vocato fin dall’epoca degli Etruschi. Questo il filo conduttore che lega le aziende del Consorzio di Montescudaio. Quattordici gioielli vinicoli incastonati in un paesaggio toscano influenzato dal mare – la Doc, infatti, comprende tutti i comuni della Val di Cecina, esclusa Volterra.

Nel 1092 Gherardo della Gherardesca, dona al monastero da lui stesso fondato, una chiesa, vigneti ed altri benefici, riservandosi il diritto di eleggere la Madre Superiore. Il vino è da sempre, quindi, uno dei prodotti portanti dell’economia locale di Montescudaio ed, in generale, dei comuni della valle del Cecina. All’inizio del XX secolo costituisce senz’altro, insieme all’olio, il prodotto più importante per incrementare lo scarso reddito delle popolazioni residenti. Ma è solo dopo la seconda guerra mondiale che le cifre si fanno importanti: grazie al miracolo economico ed alla ripresa dei consumi, il vino di Montescudaio è sempre più richiesto, soprattutto come vino sfuso, venduto a botti o damigiane. Dietro la scia della domanda, si piantano nuovi vigneti, si comincia timidamente ad imbottigliare, seguendo l’esempio del più famoso Chianti, e cominciano a germogliare le prime idee di aggregazione tra produttori.

Nasce, così, nel 1968 la Sagra del Vino, voluta da alcuni illuminati produttori, che intuiscono le ottime possibilità di collegare turismo e conoscenza diretta del territorio al vino. Successivamente, nel 1977, Montescudaio ottiene la DOC che prevede due tipologie: un rosso a base di sangiovese, trebbiano, malvasia, e altre varietà come canaiolo e colorino, ed un bianco, a base di trebbiano, malvasia e vermentino, che può essere prodotto anche come Vin Santo, secco, semisecco o dolce. Il territorio interessato è piuttosto vasto, ma è complessivamente caratterizzato dal microclima indotto dal fiume Cecina e dalla presenza di terreni vocati soprattutto sulle fasce collinari, fino a rilevanti altitudini, come ai circa 450 m. di Montecatini Val di Cecina.

La DOC è impostata secondo la più classica delle toscanità vinicole chiantigiane così come erano intese nell’euforia degli anni 60, quando si guardava soprattutto alla quantità prodotta e molto poco alla qualità. L’aggiunta di trebbiano al rosso è molto significativa in questo senso. Oltretutto, la DOC esce in un momento in cui l’espansione dei consumi di vino di scarsa qualità e basso prezzo conosce un’improvvisa interruzione. Occorre arrivare agli anni 90 perché le cose comincino a cambiare in maniera abbastanza radicale.

Nella vicina Bolgheri, il Sassicaia ed i Super Tuscans che lo hanno affiancato, mietono un successo dopo l’altro sui mercati mondiali. Si sono affacciate nuove generazioni di produttori e di enologi, convinti che la strada dell’altissima qualità sia l’unica in grado di mantenere vivo il settore, dimostrando, oltretutto, l’alta capacità di remunerazione dei vini di alta gamma.

Anche a Montescudaio si comincia ad andare in questa direzione. Castello del Terriccio, Sorbaiano, Poggio Gagliardo sono tra i primi ad uscire con vini di taglio moderno che incontrano subito i favori del mercato. Rispetto a Bolgheri c’è però una differenza sostanziale: mentre i vini bolgheresi sono prodotti in altissima percentuale da uve “francesi” come cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot, syrah, con scarsa presenza di sangiovese (Satta con il suo Cavaliere è una delle rare eccezioni), nella DOC Montescudaio la realtà “sangiovese” si affianca e con successo ai nuovi stili a base cabernet. Questa realtà è recepita dal nuovo disciplinare DOC del 1999, che prevede l’utilizzo dei vitigni cosiddetti “innovativi”.

Zona di produzione:

il territorio dei comuni di Casale Marittimo, Castellina Marittima, Guardistallo, Montescudaio, Riparbella e parte dei comuni di Montecatini Val di Cecina e Santa Luce.

 

Tipologie:

MONTESCUDAIO BIANCO

Si ricava da uve Trebbiano toscano almeno il 50%, altri vitigni bianchi autorizzati, 50%.

Il vino ha colore giallo paglierino brillante, odore delicato, fine e fruttato, sapore asciutto, sapido.

Gradazione alcolica minima: 11%.

Abbinamento gastronomico: antipasti delicati, crostacei e molluschi, primi piatti con salse bianche delicate di pesce, preparazioni di pesce escluse le zuppe di forte struttura.

Temperatura di servizio: 8-10°C.

 

MONTESCUDAIO CHARDONNAY

Da uve chardonnay per almeno l’85%

Colore giallo paglierino, odore ampio caratteristico di frutta gialla matura, banana, sapore asciutto, armonico, di corpo.

Gradazione alcolica minima: 11%.

Abbinamenti: antipasti di mare, primi piatti con salse bianche, pesce al forno.

Temperatura di servizio: 10-12°C.

 

MONTESCUDAIO SAUVIGNON

Da uve sauvignon blanc per almeno l’85%

Colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, odore ampio vegetale e fruttato, sapore asciutto sapido, deciso.

Gradazione alcolica minima: 11%.

Abbinamenti: preparazioni di mare a base di crostacei.

Temperatura di servizio: 10-12°

 

MONTESCUDAIO VERMENTINO

Da uve vermentino per almeno l’85%

Colore giallo paglierino verdognolo, profumo ampio fruttato con lieve nota ammandorlata, sapore asciutto armonico.

Gradazione alcolica minima: 11%.

Abbinamenti: si accompagna bene con la cucina marinara della costa.

Temperatura di servizio: 10°C.

 

MONTESCUDAIO ROSSO

Si ricava da uve sangiovese per almeno il 50%, altri vitigni a bacca rossa 50%.

Il vino ha colore rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento, odore intenso, fruttato, sapore secco sapido, caldo, buon corpo, lievemente tannico con delicata persistenza amara.

Gradazione alcolica complessiva minima: 11,5%.

Abbinamento gastronomico: antipasti di terra, primi piatti con salse rosse, carni bianche e rosse grigliate.

Temperatura di servizio: 16-18°C.

 

MONTESCUDAIO CABERNET

Da uve cabernet sauvignon per almeno l’85%

Colore rosso rubino cupo, odore intenso e complesso fruttato e speziato, sapore asciutto armonico di corpo.

Gradazione alcolica minima: 12%.

Abbinamento gastronomico: cacciagione e selvaggina al forno o in salsa, formaggi stagionati.

Temperatura di servizio: 18°C.

 

MONTESCUDAIO MERLOT

Da uve merlot per almeno l’85%

Colore rosso rubino intenso, odore fruttato dolce e gradevole, sapore pieno morbido, armonioso.

Gradazione alcolica minima: 12%.

Abbinamento gastronomico: arrosti di carne rosso e cacciagione, formaggi stagionati.

Temperatura di servizio: 18°C:

 

MONTESCUDAIO SANGIOVESE

Da uve sangiovese per almeno l’85%

Colore rosso rubino brillante tendente al granato con l’invecchiamento. Odore fruttato e di fiori rossi, sapore asciutto, armonico, giustamente tannico.

Gradazione alcolica minima: 11,5%.

Abbinamento gastronomico: primi piatti con salse rosse, funghi, grigliate di carne rossa.

 

MONTESCUDAIO ROSSO RISERVA

stesse tipologie del rosso: invecchiamento minimo di 24 mesi, di cui almeno 3 in bottiglia, a decorrere dal 1 novembre dell’anno di produzione; gradazione minima 12,5%.

 

MONTESCUDAIO VIN SANTO

Le stesse uve del bianco selezionate e sottoposte ad appassimento naturale (minimo fino al 20 novembre dell’anno di raccolta, massimo fino al 31 marzo dell’anno successivo alla raccolta).

Gradazione alcolica minima: 16°.

Invecchiamento obbligatorio: 18 mesi negli appositi locali (vinsantaie) in recipienti di legno . Immissione al consumo non prima del 1° novembre del quarto anno successivo a quello di produzione delle uve.

Il vino ha colore ambrato più o meno carico, profumo intenso etereo, sapore aromatico, morbido con caratteristico retrogusto amarognolo.

Abbinamento gastronomico: vino tradizionale da fine pasto, si accompagna bene alla pasticceria secca, cantuccini.

Temperatura di servizio: 16°C

Il Cortese, vitigno storico del Piemonte.

Posted By Luciano Rigo on giugno 4th, 2009

Si ritiene che il Cortese abbia avuto origine sulle colline piemontesi di Tortona e Alessandria. Successivamente si diffuse nell’Oltrepo Pavese e poi nei vigneti intorno al Lago di Garda. Il vino che si ottiene dalle uve di questo vitigno ha un’alta concentrazione di zucchero, un’acidità considerevole e un tasso alcolico relativamente basso. I Cortese migliori sono morbidi e con tenui profumi. Il primo impianto esteso di cortese (a vigneto mono vitigno) destinato alla produzione di vino bianco secco per il mercato genovese è del 1866 a Gavi, nell’azienda La Centuriona di proprietà del Marchese Luigi Cambiaso.

Fino ad allora il cortese veniva usato, come tutte le uve bianche, all’assemblaggio con barbera e altre uve a bacca nera, oppure filtrato con filtri a sacchi per produrre piccoli quantitativi di vino dolce, oppure come uva da inverno, stesa su fili nei solai.
ma le viti di cortese erano sparse e isolate nei vigneti.

Sempre a Gavi si cominciò a produrre vino bianco di stile moderno, con la tecnologia della fermentazione in acciaio refrigerato negli anni ‘60 usata PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA 

Il Cortese in Piemonte

 Il Gavi è l’esempio più noto di questa varietà.
Le sue vigne sono impiantate sulle colline che circondano l’antica città fortificata di Gavi in provincia di Alessandria. Il primo che ha promosso questo vino all’inizio degli anni ‘60 è stato Mario Soldati.
In seguito è diventato, tra i vini bianchi, la seconda docg italiana (dopo l’Albana di Romagna). Cominciarono allora sperimentazioni diverse, spesso incontrollate con tecniche come la criomacerazione e l’uso della barrique.
Oggi, diversi produttori stanno arrivando alla conclusione che il vino sappia dare i suoi migliori risultati proponendolo nel suo stile più semplice ed originale. Infatti il Gavi maturato in botti di rovere, anche se a volte molto ben elaborato e soddisfacente, tende a perdere le sue più tipiche peculiarità, confondendo i suoi caratteri e risultando tranquillamente sostituibile con altri bianchi invecchiati in rovere, provenienti da qualsiasi parte del mondo, come lo Chardonnay.
Prima dell’epidemia di phylloxera alla fine del XIX secolo, il Cortese è stato uno delle varietà bianche più impiantate nelle zone di Novi Ligure e Tortona.
Le vigne che producono il Colli Tortonesi Cortese si trovano in una striscia di colline in provincia di Alessandria, al confine con la Lombardia. Questi vini, che possono essere fermi, vivaci o spumantizzati, sono fatti esclusivamente con il Cortese. Il Cortese dell’Alto Monferrato e il Piemonte Cortese sono fatti con un minimo di 85% di uve provenienti dal vitigno omonimo e, anch’essi, vengono prodotti in varie versioni.

info: la Regione Piemonte qualche anno fa ha vietato nuovi impianti di Cortese fuori dalla zona Gavi, e questo la dice lunga sul dove il vitigno stia di casa.

Il Cortese in Lombardia

L’Oltrepo Pavese Cortese doc è fatto con l’85% del vitigno omonimo. Il suo livello alcolico ondeggia intorno ai 10,5 gradi. Viene prodotto nelle versioni ferma, vivace e spumantizzata.

Il Cortese in Veneto

Il Garda Cortese è un vino a doc (con un minimo di 85% di Cortese) fresco e leggermente dolce. La sua zona di produzione si trova sulle colline intorno al Lago di Garda e comprende vigne situate sia nel comune di Verona e che nei comuni lombardi di Mantova e Brescia.

Note sul colore e sul gusto

I vini Cortese migliori sono morbidi e hanno profumi molto delicati di mela e albicocca. Sul palato si riscontra una piacevole nota salina.

Abbinamento con il cibo

Si abbina sia con ostriche che a piatti a base di verdure grigliate; con il carpaccio di pesce, con le insalate di mare ed è ottimo con i risotti di pesce.

DOC e DOCG da Cortese

Piemonte: Cortese di Gavi o Gavi, Colli Tortonesi Cortese, Cortese dell’Alto Monferrato, Monferrato Casalese, Piemonte Cortese.

Lombardia: Oltrepo Pavese Cortese

Veneto: Garda Cortese

Il Timorasso

Posted By Luciano Rigo on giugno 1st, 2009

Il Timorasso è un vitigno autoctono delle colline Tortonesi, e da poco può vantarsi della D.O.C  Colli Tortonesi Timorasso. I vigneti sono coltivati lungo il corso del fiume Scrivia e dei suoi affluenti che idealmente collegano l’area vitivinicola del Monferrato con quella dell’Oltrepò Pavese, ma è nelle valli Curone, Grue, Ossona e nella vicina Val Borbera che ha origine e prospera, grazie alla prolungata esposizione al sole e alle caratteristiche del terreno: argilloso e compatto.

 

Presente nel territorio fin da tempi immemorabili, sembra che il Timorasso fosse molto apprezzato da Leonardo da Vinci che per il matrimonio di Isabella di Aragona, omaggiò gli sposi con un antico formaggio della zona, il Montebore, accompagnato da un vino bianco, il Timuràs, conosciuto per la sua capacità di esaltare i sapori di quel formaggio. Abbondantemente prodotto, in epoca prefilossera, era presente anche nella provincia di Genova, conosciuto come vitigno a duplice attitudine, buono sia per la tavola sia per produrre vino.

Con l’arrivo della filossera, dell’esodo rurale e di eventi bellici, il Timorasso fù praticamente abbandonato.

Solo verso la metà degli anni 80, fù riscoperto da alcuni produttori, uno su tutti Walter Massa, definito anche ” il papà del Timorasso “; con la collaborazione di alcuni colleghi amici decise di investire in questo vitigno, tempo , esperienza e denaro.

 

 

Massa capì che questo vitigno aveva le potenzialità per diventare, se vinificato in purezza e con particolari cure in vigna e in cantina, il GRANDE BIANCO da invecchiamento che mancava nel panorama vinicolo piemontese. Dall’inizio degli anni 90 in poi la coltura di quest’uva non conobbe più soste, e oggi i produttori che vinificano il Timorasso in purezza sono una ventina, con una superficie vitata di 40 ettari circa; la produzione abbastanza limitata lo colloca ancora  nella categoria dei cosiddetti vini  di nicchia, ma dai gourmet e da addetti ai lavori è considerato uno degli autoctoni più importanti d’ Italia, e verticali di numerose annate, si trovano nelle carte dei vini di alcuni dei più blasonati ristoranti d’Europa.

 

L’uva è facilmente riconoscibile, perché nello stesso grappolo si trovano acini grossi e acini piccoli, e va incontro a una buona percentuale di aborti floreali (piccoli rametti del grappolo privi di acino), circa il 20-25% con conseguente incidenza nel tenore zuccherino, abbastanza elevato. Gli acini si staccano con grande facilità dal pedicello, di forma oblunga, molto diseguali, la buccia è spessa e pruinosa, consistente e di colore verde giallastro, la polpa è densa e succosa, di sapore piacevole che ricorda la susina selvatica. Dal punto di vista fenolico ha un germogliamento precoce: inizio aprile, una fioritura mediamente precoce: fine aprile, un periodo d’invaiatura tardivo: dopo la metà di agosto, una maturazione tardiva: fine settembre. Il portamento della vegetazione è eretto, la vigoria della stessa è abbondante,

la produzione per ceppo è di circa 5 kl/ceppo, con un peso medio del grappolo di 250 grammi. Richiede terreni argillosi chiari, buone esposizioni e ottima ventilazione, oculati diradamenti, in diversi periodi, luglio, agosto e settembre. Essendo molto sensibile ai marciumi, richiede molte attenzione durante gli ultimi periodi di maturazione, quando gli acini sono più sensibili a questo problema.

Uva da sempre sensibile alle crittogame, va gestita con un’ incisiva difesa passiva e con un controllo molto attento alle rese per ceppo.

Presenta una scarsa adattabilità in condizioni pedoclimatiche diverse da quelle abituali.

 

Le caratteristiche principali del vino sono:

colore giallo paglierino più o meno intenso che con l’evoluzione vira sul dorato, profumi complessi che nei primi anni di affinamento in bottiglia ricordano i fiori di acacia e biancospino, pera e foglie di pomodoro, le note di miele si avvertono leggermente così come quelle minerali, ma è dopo 4-5 anni di affinamento che si evidenziano le potenzialità con un’evoluzione in note di pera matura, miele di fiori di campo molto percettibile, così come molto percettibili emergono le note minerali e  di idrocarburi, che sono le caratteristiche di questo vitigno.

In bocca di sapore è asciutto, caldo e morbido,  la notevole struttura sostiene l’alcolicità, e la decisa acidità rimane nel dar freschezza a questo vino anche dopo molti anni. 

Il Timorasso che migliora con un lungo affinamento in bottiglia può offrire una vasta gamma di abbinamenti, e a seconda dello stadio evolutivo può essere sia  un valido aperitivo,sia un ottimo compagno con antipasti come i peperoni ripieni con tonno e capperi,la carne cruda e alcuni salumi poco stagionati. È ottimo con molti primi piatti, con carni bianche soprattutto se tra gli ingredienti sono presenti erbe aromatiche,con il pesce cotto in vari modi, con formaggi caprini freschi e naturalmente il Montebore, formaggio storico della zona. Stupendo con il tartufo bianco delle valli, semplicemente grattato sui tajerin al burro.

 

Da giovane servitelo ad una temperatura di 10-12°, mentre per bottiglie con 4/5 anni d’invecchiamento e oltre, 12-14°. Ovviamente le origini Tortonesi mi sono state di grande aiuto nello sviluppare una discreta esperienza con il Timorasso, conoscere i produttori, i luoghi, mi ha permesso di  partecipare ad alcune verticali di etichette ormai affermate, e degustare vini di quelli nati da poco, con una convinzione sempre più forte, che grazie alla esperienza e al lavoro di questi esperti viticoltori e di quelli che stanno arrivando, questo vino non scomparirà più, ma riserverà ancora piacevoli sorprese conquistando mercati sempre più grandi e importanti.

 

Invito tutti gli appassionati e non a scoprire la bellezza dei Colli Tortonesi, i prodotti del suo territorio e questo grande bianco piemontese, il Timorasso.

 

                                                                                   

 

Luciano Rigo Sommelier A.I.S

 

 

Fête de l’Aligoté de Bouzeron et du jambon persillé - 5 avril 2009 à Bouzeron (71)

Posted By Patrick Maclart on maggio 29th, 2009

Cette année, la 6ème fête de l’aligoté et du jambon persillé s’est déroulée à Bouzeron. Ce petit village fait ainsi connaître à ses visiteurs sa production. De nombreuses animations sont aussi présentes : graveur sur verre, tonneliers, sculpteur à la tronçonneuse, forgeron, vanniers, tous sont là. Il faut féliciter l’ensemble du comité pour une organisation sans faille et très festive.

La jolie petite église de Bouzeron, dédiée à Saint-Marcel, veille sur son village.

 

Les vignerons participent, il va de soi, à cette festivité. Ils érigent ça et là dans le village des stands thématiques (rouges, blancs, effervescents, aligotés) où le visiteur, moyennant un droit d’entrée et des tickets, peut déguster. Les charcutiers locaux ne sont pas en reste; les artisans étant bien présents pour vanter la qualité de leur jambon persillé, recette délicieuse et typiquement bourguignonne. Cette préparation légèrement aillée et bien persillée sied à merveille à l’aligoté.

Cette année, c’est une “bandas” locale qui a assuré l’animation. Une bandas, c’est une fanfare typique du sud-ouest, jouant des morceaux très festifs, qu’on retrouve lors des férias ou des 3ème mi-temps de rugby. Ces braves musicens se sont escrimés à vouloir faire danser une foule bien trop statique.

Les braves musiciens ont assuré une animation sans faille, avec des morceaux festifs.

 

En ce qui concerne les vins, l’aligoté a été reconnu et l’AOC a été octroyée en 1998. Les 60 hectares sont donc appelés “Bouzeron”, sans dénomination de cépage, ce qui est unique en Bourgogne.

Cependant, dans l’ensemble, la dégusation a été une grande déception. Depuis 3 ans que je participe à cette manifestation, je déguste avec grand plaisir les 3 locomotives de l’appellation : De Villaine (aussi cogérant de la Romanée-Conti et propriétaire à Bouzeron), Jacquesson et Chanzy. Ces vins présentent une qualité de facture, une personnalité, une profondeur et une concentration indéniables.
Par contre, le reste des wagons est resté en gare de triage ! A part quelques exceptions ça et là en fonction de certains millésimes, rien de transcendant qui apparaît, pas d’émotion, pas de coup de coeur. Si bien que cette année, je n’ai même pas pris de notes et ne les retranscrirai pas. C’est vraiment la déception qui anime mon propos.

S’il suffisait d’avoir 3 bons aligotés pour obtenir l’AOC, mais qu’on la donne à Pernand-Vergelesses ! Lors d’une récente manifestation, les aligotés à Pernand présentaient de la concentration, de la saveur, toute la grandeur de ce petit cépage, avec une vraie notion de terroir. Et les locomotives ne manquent pas : Vincent Rapet, Simon Rollin, Denis, Marey, etc…

Pour moi, l’AOC c’est l’excellence, et à Bouzeron, on ne l’a pas compris. On continue à élaborer des vins quelconques, d’une banalité affligeante, que n’importe quel terroir bourguignon peut faire. Bouzeron, lève-toi, le train de la concurrence va se mettre en marche.

Quelques vins présents à la dégustation.

 

Patrick Maclart

Il Carioloso.

Posted By Luciano Rigo on maggio 25th, 2009

Un nome una storia.
Tanto tempo fà, nelle impervie colline dell’entroterra Aquese l’unico modo per trasportare le uve era il dorso dell’asino, e così, prese il nome questo antico vitigno a bacca bianca, dalle probabili origini liguri.
Dopo la ricostruzione necessaria a causa della distruzione dei vigneti provocata dalla filossera, il “Carica l’asino” è giunto in Piemonte, in particolare nella provincia di Alessandria.
Da non confondere con la Barbera bianca, varietà autoctona piemontese dal grappolo molto più compatto, di forma cilindrico-conica e sprovvisto di ali.
Il “Carica l’asino” ha invece molte analogie con la famiglia dei vitigni Pigato-Vermentino, ed è sempre stato vinificato assieme ad altri vitigni, come: Timorasso, Cortese e Moscato bianco.
Un bel giorno però, la signora Patrizia Marenco decise che era arrivato il momento di rivalutare questo vitigno, un piccolo ma famoso vignaiolo della Valle Bagnario, a Strevi (Al), disponeva ancora di un suo piccolo vigneto, e con l’aiuto di un vivaista ne riprodusse circa 3000 piantine.
Fù un successo, per questo antico e misterioso vitigno, dalle rese piuttosto avare, ma dalla sorprendente struttura, delicatamente aromatico, duttile negli abbinamenti gastronomici e persino longevo.
Nessuno in passato se ne era mai accorto, ma l’intelligenza e la tenacia di questa produttrice ha fatto venire alla luce un’altro gioiello della nostra terra, diventandone per ora l’unica a vinificarlo in purezza e a commercializzarlo.

Zona di produzione:
Colline del comune di Strevi, (Al)

Caratteristiche, esigenze ambientali e culturali:
Ha foglia medio-grande, pentagonale e pentalobata; grappolo medio, conico-piramidale, allungato e a volte alato, spargolo; acino medio-grande, sferoidale, con buccia abbastanza spessa e consistente ricoperta di abbondante pruina, di colore verde-giallo chiaro.
La polpa non ha sapore.
Ha produzione costante, abbondante e notevole vigoria.
Predilige zone collinari con buona esposizione, sistema di allevamento a media espansione con potatura lunga.
Se non ben esposta può soffrire le brinate primaverili e l’attacco dell’oidio.
Quando le condizioni sono ideali, resiste bene alle principali malattie crittogamiche.

Caratteristiche organolettiche:

Colore: giallo paglierino intenso e brillante
Profumo: intenso profumo molto personale con piacevole timbro aromatico
Sapore: secco, pieno e sapido

Abbinamenti gastronomici:
Carni bianche, piatti di pesce molto saporiti, formaggi di media stagionatura.
Servire a 10-12 gradi, stappandolo al momento.

Finalmente anche i Bianchi Italiani sanno invecchiare…

Posted By Luciano Rigo on maggio 19th, 2009

Può sembrare il titolo un poco maldestro di una delle tante indagini Istat sullo stile di vita dei maschi Italiani, ma si tratta semplicemente di una piacevole constatazione sulla numerosa e sempre più crescente produzione di vini bianchi capaci non solo di resistere negli anni, ma anzi, di migliorare.

 Incominciai ad interessarmi al vino, verso la fine degli anni 80, sentir parlare di un bianco complesso, strutturato, adatto all’invecchiamento era quanto mai raro.

Esistevano qua e là delle eccezioni, ma si trattava di piccole realtà conosciute da pochi estimatori, o da addetti ai lavori con esperienza internazionale, che di tanto in tanto si dilettavano nell’impari confronto con le importanti e blasonate produzioni d’oltralpe.

Il vino bianco Italiano per definizione era quello da bere giovane, con bassa gradazione, profumi semplici, immediati, e difficilmente arrivava al secondo anno d’età senza perdere equilibrio e senza acquisire quello sgradevole sapore marsalato che il precoce processo ossidativo gli conferiva. 

Vini bianchi carta; così erano definiti, o più semplicemente, come si usava nei ristoranti, vini da pesce, senza colore, senza identità, che i ristoratori ti propinavano se il menù era prettamente marinaro, quando ti andava bene potevi scegliere tra fermo o frizzante.

Verso la metà degli anni 90, le cose incominciarono a cambiare, sempre più aziende decisero di affiancare alle produzioni tradizionali, quelle di vini bianchi più strutturati e longevi, la tecnologia, applicata sia in vigna che in cantina  certamente ha contribuito, ma fondamentale è stata l’evoluzione della cultura enologica in Italia, sia da parte dei produttori, che dei consumatori.

Oggi in commercio si possono trovare con facilità grandi vini bianchi, provenienti da tutte le regioni d’Italia, da cantine famose ma anche da quelle poco note o sconosciute, da vitigni autoctoni o internazionali; certamente non possiamo ancora rivaleggiare con certi Chablis e Montrachet della Borgogna, o Riesling, Gewurztraminer e Pinot Gris dell’Alsazia, e neanche con gli altri Riesling, quelli prodotti lungo il corso del Reno, in Germania, che riescono ad esprimersi al meglio solo dopo 20 o 30 anni, ma siamo su ottimi livelli e possiamo ancora migliorare.                                                        

 Al contrario di quello che si pensa, non sono pochi i vitigni da cui si possono trarre vini bianchi longevi, basti pensare che anche con l’uva cortese, ritenuta poco idonea fino a qualche anno fa; aziende note, nella zona del Gavi, hanno ottenuto risultati più che soddisfacenti, e nelle loro cantine si trovano bottiglie con millesimo 1990!

Proprio a conferma dei risultati raggiunti fino ad oggi, nel 2006, a Monforte d’Alpone, in provincia di Verona, si è svolta la prima edizione di ” Tutti i colori del bianco “, interessante e istruttivo convegno sulle potenzialità d’invecchiamento del vino bianco, durante il quale, sono intervenuti produttori, agronomi ed enologi affermati, che di fronte ad un pubblico di operatori del settore e giornalisti, hanno raccontato attraverso dibattiti e confronti, le ricerche e le esperienze fatte. Riassumendo i diversi interventi, sono emersi diversi di fattori, che sono indispensabili per produrre grandi vini bianchi, che vado ad elencarvi in maniera semplice, e sono:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   La Ricerca dei terreni ideali, molto adatti sono quelli con un’elevata mineralità, di origine vulcanica per esempio. 

 

Utilizzare impianti mirati e cloni che hanno dato grappoli spargoli e poco produttivi, tenendo sempre presenti le caratteristiche del vitigno; sono da preferire i vigneti vecchi.

 

L’irrigazione in fase vegetativa va fatta solo quando è necessario. 

 

Avere rese basse, possibilmente ottenute con la potatura invernale invece che con diradamenti  successivi.  

 

Le uve devono arrivare alla maturazione fisiologica ottimale. 

 

Massima attenzione durante tutte le fasi della vendemmia, anche durante il trasporto, l’uva deve arrivare in cantina perfettamente sana. 

 

Pressatura soffice, per evitare un rilascio eccessivo di sostanze come catechine e antociani, che sono le prime cause d’ossidazione. 

 

Mantenere il ph basso, ma la mineralità elevata. 

 

Pulizia statica dei mosti, utilizzando la tecnica del freddo.

 

Temperatura di fermentazione controllata. 

 

Affinamento del vino sui lieviti.

 

Fermentazione e affinamento non richiedono un recipiente specifico, barrique, botte di legno grande, cemento o acciaio non incidono sulla longevità.

 

Al convegno ha fatto seguito un’eccezionale degustazione di vini bianchi da 10 a 39 anni d’invecchiamento! 

 

Le aziende che hanno proposto i propri vini, erano 134, provenienti da tutta la penisola, ognuna ha messo a disposizione 2 bottiglie dello stesso vino, di 2 annate differenti, con una clausola, il millesimo più recente doveva essere al massimo il 2003; tra i vini più apprezzati compaiono: Gewurztraminer 1996 di Hofstatter - Verdicchio 1995 di Villa Bucci - Soave classico la Rocca 1993 di Pieropan - Alto Adige Pinot Bianco 1993 della cantina di Terlano - Vernaccia di san Gimigniano 1993 di Panizzi - Gavi Pilin 1990 di Castellari Bersaglio - Soave Classico 1988  le Lave di Bertani - Pinot Bianco Collio 1987 di Buscemi - Chardonnay  1985 delle tenute Ambrogio e Giovanni Folonari e Gewurztraminer Alto Adige 1967 di Aldo Grai.

 

La tecnologie e l’evoluzioni in campo enologico sono state determinanti, sotto ogni aspetto, dalle tecniche di coltivazione, alle pratiche viticulturali; la chimica applicata all’enologia ha migliorato le tecniche in cantina, nella stabilizzazione e nel controllo dei vini; è ormai raro trovare grossi difetti, e che dire dei lieviti selezionati? Ormai ogni produttore sa qual è meglio utilizzare per il proprio vino, e anche nelle fasi d’imbottigliamento, la tecnologia, ha dato il suo apporto, facendo diminuire la manodopera, abbassando così i costi di produzione, quindi ben venga, ma senza dimenticare l’importanza fondamentale del territorio, che se fortemente vocato come quello Italiano, riesce a dare un prodotto di qualità unica, a prescindere da qualsiasi innovazione.

 

 

” Un vino buono si può fare ovunque; ma uno grande no “  Michel Rolland.

 

La leggenda della Romanée-Conti

Posted By Stefano Ghisletta Giorgio Buloncelli on maggio 15th, 2009

È inscidibile il legame che esiste tra il Domaine de la Romanée-Conti e l’omonimo Grand Cru situato a Vosne-Romanée, infatti siamo in difficoltà nel capire da quale dei due iniziare. Il domaine è alla testa di un patrimonio viticolo senza eguali, 25 ettari che si sviluppano per lo più in sette Grands Crus situati, escluso Montrachet, nello stesso settore della Côte de Nuits. Naque nel 1760 quando Louis-François de Bourbon principe di Conti acquistò uno dei clos dell’Abbazia di Saint-Vivant a Vosne, una parcella fino ad allora conosciuta come Cros des Cloux e che in precedenza fu donata ai monaci dai Duchi di Borgogna.

Già nel 1791 risultano dei documenti che descrivono e vantano, in modo inusuale per l’epoca, la personalità di questo vino.
“La Romanée-Conti è un pezzo di vigna celebre per la qualità dei vini prodotti, si trova nel territorio viticolo di Vosne in posizione vantaggiosa per ottenere frutti di perfetta maturità…”.

Nel 1870 l’intero appezzamento ed l’azienda diventarono di proprietà della famiglia Duvault-Blochet, gli 1.8 ettari si situano in media collina a un’altitudine di 260 metri, zona che sovrasta il villaggio. Oggi le viti hanno un’età media di 50 anni, sono poste su lievi pendenze perfettamente rivolti verso levante. Il suo suolo è bruno-calcareo, ferruginoso e dotato di argilla di buona qualità, questo sottile strato è depositato su dure rocce calcaree ben resistenti all’erosione.
Questo sublime territorio da straordinari, rari e costosissimi vini che evolvono con note che evocano la ciliegia, la violetta, rosa canina e petali di rosa. La sua nobiltà genera una struttura tannica vellutata ed elegante paragonabile a nessun altro vino; la perfetta armonia raggiunta con la maturazione è garantita anche quando è frutto di una piccola annata.

Oggi il Domaine de la Romanée-Conti è diviso in comproprietà tra le famiglie de Villaine, discendente dai Duvault-Blochet, e Leroy. Considerato bene nazionale è diretto dal 1964 da Aubert de Villaine che ne ha traccialo le linee e che si è fatto carico personalmente della parte viticola, ispirandone le pratiche e introcucendo i concetti dell’agricoltura biodinamica, atta a privileggiare questo grande territorio.

 

Domaine de la Romanée-Conti
1, rue Derrière-le-Four
Vosne-Romanée
Tel: (+33) 03 80 62 48 80

Appellations prodotte:

Grands Crus: Echezeaux - Grand-Echezeaux - La Tâche - Montrachet - Richebourg - Romanée-Conti - Romané-Saint-Vivant

Gigondas: l’appellation et la dégustation 2005

Posted By Patrick Maclart on marzo 16th, 2009

Le nom de Gigondas viendrait du latin “Juconditas”, la joie. Il est vrai que cet écrin sudiste, planqué entre la plaine et les dentelles de Montmirail, respire une certaine quiétude et met au visiteur réceptif un sourire aussi naturel que sincère. En plus de la beauté du site, les odeurs de romarin qui viennent embaumer les narines parfument une langueur réconfortante. Une histoire riche, avec bien sûr une présence des ordres religieux et un rattachement à la principauté d’Orange jusqu’au XVIIème siècle.

Le vignoble s’étend en terrasses accidentées, tel un drap négligemment froissé sur un lit. Le terroir est constitué d’argiles rouges caillouteuses dont la couleur impressionne et réchauffe le regard. Etendues sur 1.200 hectares, les vignes se situent exclusivement sur cette commune. Limités à une production de 30 hectolitres à l’hectare, ces vins virils intéresseront l’amateur intelligent En effet, avec un encépagement à très forte dominante de grenache (jusque 80 %), avec syrah et mourvèdre en seconds violons (avec un minimum de 15 %), on se retrouve avec un assemblage très proche de celui de Chateauneuf son glorieux voisin, mais avec des prix s’élevant rarement au dessus de 10 €. Si Chateauneuf a aussi construit sa gloire sur ses 13 cépages, quel domaine peut encore s’enorgueillir les utiliser en totalité ? Air de famille, certes, mais la différence est aussi dans le terroir…

Le climat est bien sûr méridional, chaud et sec. Des pointes de mistral auront de toute façon vite calmé les éventuelles vélléités de la pourriture. Ces facteurs permettent à ces nectars d’arriver jusque 14.5 ° sous le capot, les moteurs ne sont pas bridés !

Je remercie encore le caveau de Gigondas pour cette magnifique dégustation, et je vous invite à découvrir la fabuleuse table “l’Oustalet”, située juste à côté du caveau. Cyril Glémot est autant humble que talentueux, et la discrétion du personnel s’harmonise avec le talent de la cuisine.

Une porte fermée… qui recèle quels mystères ? A voir, à entendre, à sentir…

Une chapelle solitaire, au pied du mont Ventoux…

Les dentelles de Montmirail, une espèce de barrière entre deux types de vins… Derrière : Beaumes de Venise, où il y a aussi d’excellents rouges, du côté de Suzette.

l’abbaye de Saint-Cosme, sur les hauteurs de Gigondas, où le panorama vers les dentelles est le plus mystérieux… Magnifique.

les absydes de cette même abbaye… L’art roman méridional dans toute sa splendeur.

DEGUSTATION

Château SABLET ***
nez vanillé, au grenache bien marqué. La bouche est bien faite, relativement ronde pour un Gigondas. La longueur est moyenne.

Domaine des Chênes Blancs ***(*)
nez très expressif, curieusement marqué par la syrah qui pourtant n’est pas majoritaire, violettes, poivre, épices, notes viandées. La bouche était bien faite, structurée mais dotée d’une certaine souplesse. Très agréable.

Domaine de la Colline Saint-Jean ****
assemblage de 75 % de grenache et de 25 % de mourvèdre, mûri 12 mois en fûts. A la dégustation, il donne une impression d’austérité et de sévérité au nez, avec des arômes minéraux et de garrigue. La bouche est virile, masculine, corsée, avec une impression de garde indéniable. Un grand vin.

Domaine des Espiers ***
au très beau nez de prunes, d’épices, de pâtisserie chaude. La bouche est bien faite, bien que l’expression aromatique y soit à ce niveau simple. Mais ça reste un beau vin. Il s’agit d’un assemblage de grenache à 65 % et de syrah pour le solde.

Domaine le Grand Bourjassot ***
présentait un beau nez de fruits noirs et d’épices. La bouche était quant à elle bien faite, ayant peu de densité, plus sur la longueur que sur la largeur. J’ai trouvé là un style différent et personnel. Belle longueur.

Domaine du Grapillon d’Or ****
j’ai trouvé un très beau nez, avec des notes de viande, de lard, et des touches minérales. La bouche est bien faite, avec les arômes du nez qui s’y retrouvent, le tout dans une bonne densité, une bonne longueur et une harmonie rare.

Domaine des Palliéroudas ****
Avec une bonne bouche, costaud et rustique, c’est un vrai vin de garde dont les arômes sont axés sur la prune, la violette, des notes d’herbes aromatiques. La proportion de grenache est importante (90 %), le reste est du mourvèdre. La longueur est phénoménale. Il faut suivre absolument ce domaine qui fera parler de lui dans les années à venir.

Domaine de Piaugier ***
présentait à la dégustation une très belle couleur, soutenue, un beau nez, avec des notes animales, mais avec hélas quelques amers trop marqués. La finale est convenable. L’assemblage privilégie une grande part de grenache (80 %).

Château de Saint-Cosme ****(*)
a le nez fermé, bien qu’on sente la qualité derrière ce mutisme d’apparence. La bouche est très bien faite, elle aussi fermée dans sa prime jeunesse. Encore ferme, elle développe des saveurs grillées, évoquant la noisette et le lard. On y trouve aussi les herbes de garrigue et le fruit mûr. Le tanin est généreux mais docile. Elevage soigné, vin de garde.

Domaine Saint-Damien *****
J’ai dégusté le Gigondas classique au beau nez de prunes, de terre, d’épices et de notes minérales. En bouche, c’est un garçon ! Viril, long, agréable, appelant des viandes de caractère, quelle entrée de gamme ! Ensuite, le Gigondas « les Souteyrades » est mon préféré. Issu d’une parcelle de vignes ayant 70 ans environ, le rendement est à 25 hectolitres par hectare. Puissance, feu, terre, le vrai goût du terroir dans un verre. Il faudra bien un sanglier pour bretter avec un tel vin ! Sa longueur est incommensurable, l’une des meilleures bouteilles jamais dégustées ; et un Gigondas « la Louisianne » plus en recul, plus discrète. Pourtant, les vignes sont âgées elles de plus de 80 ans, et le rendement est encore plus ridicule. Cependant, sa réserve, sa retenue, m’ont moins charmé. Il est certes très bon, mais il faut probablement le déguster dans quelques années.
Une adresse que tout amateur de vin puissant et authentique se doit de visiter, ou tout au moins avoir quelques flacons dans sa cave.

Domaine de la Soumade ****
Le Gigondas classique est bien fait au nez et magnifique en bouche. La longueur est géniale, l’équilibre parfait, les arômes de garrigue et de cerises à l’eau-de-vie bien présents.

Patrick Maclart

Taurasi 2005, un vino, tante facce di un territorio.

Posted By Angelo Di Costanzo on marzo 10th, 2009

taurasiprod1Ho già avuto modo di “postare” su questo spazio il resoconto dell’analisi tecnica svolta dagli enotecnici sull’annata 2005 del Taurasi pertanto vorrei spendere due parole sulla manifestazione in quanto tale che ha retto bene l’impatto nonostante gli spazi sembrano essere sempre meno “ospitali” per la mole di affluenza che arriva ogni anno in questi giorni a Taurasi. Qui c’è il successo di un gruppo di giovani e motivati professionisti capitanati da Paolo De Critofaro e Raffaele Del Franco che hanno lavorato alacremente affinchè tutto si svolgesse nel miglior modo possibile nonostante le enormi difficoltà che hanno dovuto superare per far sì che questa manifestazione continuasse il suo percorso partito nel 2002 con la presentazione dell’annata ‘99. A tal proposito, sia ben chiaro, questo evento è necessario allo sviluppo del territorio e al successo di questo straordinario vino in Italia e nel mondo e proprio in questa direzione è opportuno prima che vi racconti le mie impressioni degustative in un prossimo Post, sottolineare le due questioni importanti che sono venute fuori dal dibattito di sabato 7 nel corso della conferenza stampa di apertura; La prima è, quale la migliore comunicazione per imporsi sul mercato? la seconda, certamente più complessa è stata: il disciplinare di produzione attuale è  un limite o un ancora di salvezza irrinunciabile?

foto-cantine311Le questioni sollevate, la seconda proprio da me hanno subito incontrato un dibattito aperto e molto interessante. La comunicazione è essenziale, e qui c’è poco da dibattere: istituzioni, produttori, giornalisti, professionisti debbono camminare tutti assieme poichè da soli non si va da nessuna parte ed ognuno, nel rispetto dei propri ruoli e con le dovute responsabilità deve avere voce in capitolo in tutte le fasi di ideazione, progettazione e sviluppo comunicativo. In merito al disciplinare (che ricordo prevede solo l’85% di Aglianico), la mia domanda rivolta agli enologi presenti in sala è stata una pura provocazione motivata dalla grande necessità di carpire dove si vuole (si può) arrivare con il Taurasi lavorandolo eslcusivamente sul monovitigno, domanda che ha scaturito tutta una serie di considerazioni assolutamente utili a comprendere la profonda diversità territoriale dove nasce questo straordinario vino che sa essere duro, acido e tannico tanto quanto concentrato, abbastanza morbido e profondamente ammaliante. Identificare il Taurasi univocamente quindi è praticamente impossibile poichè vi sono aree di maggiore vocazione (oltrechè aziende, persone, esperienza ecc… ) e pertanto “sottodenominare” magari autorizzando la menzione dei cru di provenienza (che sul territorio sono già più o meno evidenti) aiuterebbe il Taurasi a manifestare una più chiara lettura delle sue diverse anime di Aglianico che si palesano soprattutto in annate difficili come questa. Per intenderci, i territori di alcuni comuni come Montemarano, Paternopoli, Castelfranci, Castelvetere hanno certamente condizioni pedoclimatiche differenti da comuni limitrofi come lo stesso Taurasi, o Làpio, Mirabella Eclano, Pietradefusi sino a tutti gli altri 9 ammessi alla docg, pertanto potrebbe risultare utile e funzionale in futuro creare una sorta di “sottodenominazione comunale” (vedi borgogna) secondo me fondamentale se si vuole dare piena vita a quello che prima possibile sarà assolutamente necessario attuare, e cioè una vera mappatura e zonazione fisica del territorio utile ad elevare questo vino a massima espressione dell’areale Irpino. Altra questione, come detto è il monovarietale 100% Aglianico che tutti si affannano spesso a sbandierare in etichetta per manifestare la propria integerrima volontà di valorizzare il vitigno più che il disciplinare il quale rimane ancorato a parametri vetusti e di comodo in anni sicuramente floridi più per le enormi quantità di sfuso che partivano con la ferrovia per mete lontane che per il lento successo che mieteva il Taurasi della famiglia Mastroberardino di Atripalda in giro per il mondo. foto-cantine61Lento successo che negli anni è certamente cresciuto facendo sviluppare sul territorio tante piccole (alcune brillanti) aziende, ma che comunque soffre, ecco, di una precisa e meticolosa comunicazione della realtà territoriale e del vitigno Aglianico, fattori questi che in momenti di stasi del mercato economico come questo degli ultimi due-tre anni soprattutto, lasciano dietro di se strali e strascichi di difficoltà commerciale tali da mettere in seria difficoltà buona parte del comparto produttivo locale per un vino certamente straordinario ma ancora lontano dall’esser pienamente compreso dai consumatori, soprattutto per alcuni mercati come quelli esteri abituati a vini tutti rotondi e senza durezze (spesso senza anima alcuna). Personalmente concordo sul grande potenziale del vitigno vinificato in purezza che può assumere configurazioni straordinarie se giustamente lavorato ed interpretato, ma delle due l’una, o si tiene il vino in cantina per il tempo necessario per presentarlo sul mercato all’altezza della situazione oppure si affrontano a viso aperto le problematiche investendo sempre più su una giusta comunicazione del prodotto. Ops… Eureka!!

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