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"Spesso la condotta di un uomo, riscaldata dal vino, non è che l'effetto di ciò che, negli altri momenti, avviene nel suo cuore" J. J. Rousseau
 

Siete nella Categoria: Grandi bottiglie

Barbaresco Rabajà 2001 di Bruno Rocca

Posted By Stefano Ghisletta on luglio 18th, 2009

Quando si parla di Barbaresco Rabajà stiamo sicuramente riferendoci a una delle versioni più prestigiose della famosa denominazione piemontese. Un cru situato nel comune di Barbaresco posizionato in un bellissimo anfiteatro esposto verso sud-ovest ad un’altezza media di 300 metri.

L’anfiteatro di Barbaresco

Qui Bruno Rocca, uno di quei produttori che hanno contribuito a propagandare il Barbaresco nel mondo, possiede 5 ettari nella parte storica del cru, quella che confina con Camp Gross di Martinenga.

Bruno Rocca


Gli amanti del Barbaresco classico arricceranno il naso ma questo è veramente un gran bella bottiglia, giustamente evoluta e che ci regala bellissime sensazioni. Il bouquet è complesso ed esprime nitide sfumature di frutta nera, fiori secchi, balsamiche e di sotto bosco, le sensazioni date dall’invecchiamento in botti nuove sono completamente assorbite e tradotte in fini note speziate.
Al gusto da una botta d’energia, è lineare e teso, i tannini sono ben presenti e perfettamente integrati nella struttura generale. Grazie a una viva freschezza il vino si sviluppa verso un finale molto persistente, equilibrato e di grande completezza. Un vino che si beve alla grande e, che se ben conservato, potrà garantire queste caratteristiche per un’altra decina d’anni.

Insomma una gran bella bottiglia …

Clos des Lambrays 1999 - Domaine des Lambrays

Posted By Stefano Ghisletta Giorgio Buloncelli on maggio 14th, 2009

Questo Domaine, che abbiamo visitato personalmente, è una splendida tenuta, è il più bordolese dell’intera Borgogna. È situato al centro del villaggio di Morey-Saint Denis ed è legato a filo diretto all’omonimo Grand Cru che rappresenta la parte essenziale del patrimonio viticolo. Del “Clos” si fa menzione per la prima volta nel 1365 quale proprietà dell’abate di Citeaux, nel 1861 si ritrovano delle descrizioni che lo suddividono in 74 proprietà. Nel 1868 uno di essi, Albert Rodier, riuscì a riunire tutte le parcelle per ricomporre il vigneto nella sua integrità. Oggi salvo una micro parcella di 400 m2, l’intera superficie è di proprietà del Domaine. Contiguo a Clos de Tart raggiunge i 320 metri, l’altezza maggiore dei Grands Crus di Morey-Saint Denis. Perfettamente rivolto ad est l’impianto prevede una densità non inferiore ai 11′000 piedi per ettaro, il sotto strato consiste nella classica roccia calcarea, ma si distinguono tre zone diverse: la parte alta si trova su una vena marnosa in posizione ben ventilata; la parte mediana è posizionata sulle migliori pendenze e caratterizzata da un’eccellente insolazione; la parte bassa vanta terre più profonde composte d’argilla di alta qualità.

Quando il vino degustato è di questo livello è più semplice anche descriverlo, basta infatti riuscire a trasmettere l’emozione percepita.
 “Ragazzi, che classe”. Gli aromi sono esaltati da una grande qualità, freschezza e definizione, la purezza del frutto emerge prorompente accompagnato da una sfumatura minerale. La bocca è perfettamente armonica, la grana dei taninni è fitta e vellutata, ha energia e tensione. Il finale ? straordinario per lunghezza ed equilibrio.
Assolutamente una grande bottiglia !

Valutazione personale: 18.5/20 (****/*)

Côte Rôtie La Landonne 2001 - Etienne Guigal

Posted By Stefano Ghisletta Giorgio Buloncelli on febbraio 19th, 2009

Vi abbiamo già parlato sia dei vini della Côte Rôtie sia di quelli di Etienne Guigal, sicuramente una delle “star” di questa zona della Côte du Rhône. I suoi “crus” rappresentano delle icone dell’ enologia non solo francese, vini che esprimono l’eccellenza della Syrah del Rodano. La Landonne è il cru più a nord di quelli vinificati da Guigal, costeggia le rive del Rodano rivolto verso sud-est su un terreno argillo-calcareo molto ricco di ossido di ferro, dove i ceppi di Syrah sono allevati da circa 25 anni.  

Il vino è immenso perchè racchiude tutte le componenti necessarie per esaltarne l’armonia. L’interminabile serie di aromi si sviluppa nel bicchiere con grande precisione ed eleganza, evidenziando un perfetto equilibrio tra le componenti fruttate e quelle apportate dalla lunga maturazione nel legno, sensazioni rinfrescate da un tocco floreale e di erbe aromatiche. Ha grande pienezza ed accarezza il palato in modo vellutato, nessuna sensazione ha la prevalenza sulle altre sviluppandosi in modo bilanciato. Il finale è interminabile e tonico, un vino di grande classe!

Da brivido, sicuramente uno dei migliori mai degustati.

Barbera Superiore del Monferrato “Bricco Battista” 2005

Posted By Stefano Ghisletta on febbraio 2nd, 2009

Quando parliamo della Barbera nel Monferrato immancabilmente cadiamo su Ermanno Accornero, uno di quei vignaioli che valorizzano in modo straordinario la zona del Casalese. Da lui la Barbera è lavorata in tutte le versioni, da quella frizzante, consumata in loco, a quella Superiore. I vini principali, ottenuti da questa varietà, sono il Giulin che rappresenta la fetta più rappresentativa della produzione e il Bricco Battista. Bricco Battista è una porzione di terreno situata a 300 metri sul livello del mare su terreni calcareo-marnosi da cui si ottengono solamente 35/40 ettolitri per ettaro. La selezione delle uve è molto attenta e sono scelte esclusivamente le uve più appropriate per ottenere un vino di grande spessore.

La degustazione di questo millesimo ci dà un vino che conferma un equilibrio a ogni fase. Si esprime variegato, fresco, speziato ed esalta la purezza del frutto con note di lamponi, mirtilli e di viola. La bocca è succosa, ampia e avvolgente, la trama tannica è di buona intensità e finezza, si sviluppa con brio e rimarca un finale di grande piacevolezza. È un vino assolutamente da conoscere.

 

Barbera Superiore del Monferrato “Bricco Battista” 2005 - Azienda Accornero

Quattro grandi bottiglie

Posted By Stefano Ghisletta Giorgio Buloncelli on novembre 7th, 2008

Quando IL GIORNALE  DEL VINO ha creato la rubrica ” Una grande bottiglia” era per farvi partecipi di nettari che sanno stupire ed emozionare per la loro personalità e la loro capacità di rappresentare i territori che li generano. 

Ma aprire ben quattro bottiglie nella stessa serata è un fatto non da tutti giorni. Allora eccoci a volervi coinvolgere con i nostri appunti.

Andiamo con ordine partendo dall’unico bianco in degustazione, una di quelle denominazioni borgognone che fan venire i brividi: Puligny-Montrachet Clos du Cailleret 2002 Domaine des Lambrays. Clos du Cailleret fa da valletto ai Montrachet, infatti, si trova in uno dei settori più conosciuti al mondo. È diviso da una stradina dal Montrachet, dal Bâtard-Montrachet e dal Clos de la Pucelle confinando direttamente con Chevalier-Montrachet. Si dice che non sia stato classificato Grand Cru solo per motivi politici. Lo abbiamo servito un po’ troppo freddo penalizzandolo, ma quando è entrato in temperatura mamma mia che vino. Subito gli aromi si mostrano grassi: con note di burro, nocciola, agrumi, albicocca, pane lievitato, il tutto accompagnato da un’equilibrata presenza speziata e da una mineralità affermata. L’attacco è grasso, si sviluppa con un bel volume, fresco e teso. Il finale è lunghissimo, saporito e fruttato con sfumature apportate dal legno perfettamente integrate. Dopo aver assaggiato questi Chardonnay di Borgogna non vorresti bere altro.

La degustazione che si svolge alla cieca prosegue. Nel bicchiere scende un vino di un bellissimo colore granato con dei leggeri riflessi aranciati, vivo e brillante. Il bouquet è intenso e ci offre un ventaglio di profumi in continua evoluzione: cuoio, note balsamiche, fumé, ciliegia nera, pepe, caffè, sottobosco, … . Al gusto si propone deciso e vivo, la sua silhouette è slanciata, la trama è ben definita. Il finale è senza cedimenti, fresco e decisamente minerale. Un vino di stile tradizionale che non smetteresti mai di bere. È il momento di scoprire cosa abbiamo assaggiato, Giorgio propende per un Nebbiolo, forse un Barolo, Marco tende per un 1997 o 98, mentre Stefano sogghigna, ma ecco la sorpresa: Gattinara Vigneto Molsino 1990 della Cantina Nervi. Una sorpresa ma anche, allo stesso tempo, una conferma a favore dei Nebbioli dell’alto Piemonte. Le uve provengono dalla zona di Molsino, 10 ettari che si sviluppano ad un’altezza di 300 metri su un terreno roccioso e ricco di minerali, l’orientamento è prevalentemente verso sud, mentre le rese sono di 40 hl. per ettaro. I vini maturano per circa 4 anni in grandi botti di Slavonia.

La successione dei vini in degustazione continua: il prossimo scende nel bicchiere scuro e denso, ci fa pensare ad un vino concentrato. Gli aromi ci propongono un vino complesso, profondo e di chiara definizione: cuoio, caffè, cassis, eucalipto, erbe aromatiche si alternano a belle speziature. È un vino caldo, ricco di materia e molto saporito, la sua struttura tannica è fitta e di grande qualità. Un vino elegante e potente, l’imponente volume è perfettamente integrato nella sua struttura generale ed equilibrato da una bella freschezza. Stefano e Marco immaginano un vino solare proveniente dalle zone sud della Francia, ottenuto da un vitigno che produce una ricchezza d’alcol come la Grenache ?. Giorgio scopre la bottiglia ed è la conferma di quanto ci attendavamo: Châteauneuf-du-Pape Vieilles Vignes 2001 di Tardieu-Laurent. Veramente un grande vino. È frutto di uve Grenache (90%) selezionate in vigne di oltre i 60 anni d’età situate nei comuni di Grès d’Orange, Courthézon, Montredon.

Ultima degustazione: un vino liquoroso, bello dorato e luminoso. Le complessità che si susseguono nel bicchiere ci fanno immaginare un vino di una decina d’anni. Sfumature di funghi, tartufo, zafferano, pepe, albicocca, un ventaglio di note speziate, … Un Sauternes ? forse. In bocca è soave e grasso, è piacevolmente dolce e bello fresco; è intrigante. Il finale evidenzia ritorni di pompelmo, fichi e una vena minerale. E si era proprio un Sauternes: Château Suduiraut 1997. L’unione tra Sémillon (90%) e Sauvignon ci dà un vino ricco e di grande charme.

Che bella serata.

Hanno partecipato alla serata: Marco Pedrini, Giorgio Buloncelli e Stefano Ghisletta.

Montevetrano, l’internazionale campano.

Posted By Angelo Di Costanzo on novembre 4th, 2008

montevetrano

Tutto nasce per gioco ma non per caso; la storia dell’azienda agricola Montevetrano ha origine nell’entusiasmo di poter sperimentare con un gruppo di amici la passione condivisa per il vino, laddove i riferimenti mitici del momento erano i vini bordolesi. Era il 1985 quando nei dintorni del Castello di Montevetrano, nelle Colline Salernitane in una vigna di appena due ettari di proprietà della famiglia di Silvia Imparato sin dal 1940, dove si produceva frutta, nocciole, vino ed olio per uso familiare si reinnestano marze di Aglianico di Taurasi, Cabernet Sauvignon e Merlot su Barbera, Per’è palummo (conosciuto con la traslazione piedirosso) e uva di Troia. Il 1991 è l’anno delle primissime  bottiglie di Montevetrano, davvero pochissime e solo ad indirizzo ludico per gli amici più stretti con Cabernet Sauvignon al 70% e Aglianico al 30%. E’ una festa, un gioco per l’appunto che Silvia ha voluto innescare, ma sorprendentemente entusiasmante perché il Montevetrano è molto superiore alle aspettative cosicchè bando alle ciance e s’iniziò a fare sul serio. L’incontro con Riccardo Cotarella fa il resto della storia che ormai è patrimonio della vitienologia campana e se vogliamo dell’Italia intera. Si perfeziona il taglio con una percentuale più bassa di Aglianico e l’introduzione del Merlot ed infatti il vino risulta acquisire immediatamente grande godibilità seppur senza mancare in personalità e carattere da smussare con attenta evoluzione in bottiglia. Nasce un vino che in pochi anni, appena un quinquennio è divenuto una icona di come un terroir assolutamente sconosciuto potesse assurgere a fasti illustri grazie ad iniziative coraggiose ed indirizzate a produrre solo e sempre qualità. Montevetrano oggi non è un semplice vino, è un simbolo, per alcuni è stato “la moda del momento” un po’ come accadde poco più di un decennio prima al Sassicaia, questi ben presto hanno dovuto ricredersi e guardare a questo piccolo gioiello proprio come hanno dovuto rivedere la loro posizione nei confronti dell’antesignano dei SuperTuscan in quel di Bolgheri.

Forse il paragone è azzardato ma le vicende sembrano somigliarsi abbastanza, vedi Bolgheri oggi ed ammiri un’area vocatissima ed una denominazione prestigiosissima, ma in quanti avrebbero scommesso ciecamente sull’opera degli Incisa della Rocchetta? Montevetrano ha percorso vicende avverse e tanti pregiudizi proprio come il Sassicaia, facendo suo un terroir che prima non esisteva ed esaltandolo al suo massimo splendore; Additato dai più per la mancanza di originalità, di una tipicità che in realtà in questa zona non è mai seriamente sopravvissuta ai vini modesti e venduti alla buona sul mercato locale è oggi forse la massima espressione territoriale che un vino possa esprimere; Pensare alla Campania fuori dagli schemi comuni dell’areale Irpino sempiterno apprezzato e dei vini della provincia di Napoli venduti in tutto il mondo ma sempre recepiti come vini di basso profilo poteva essere un grande affanno alla ricerca di una o due realtà capaci di esprimersi a livelli qualitativi eccelsi, oggi tutto questo fortunatamente è ampiamente superato, dire Campania è dire tanto ma non è più difficile pensare a questa terra come espressione di grandi cru e Montevetrano è a tutti gli effetti uno di questi. Per avere una idea chiara di cosa possa esprimere nel tempo questo vino, segue una breve verticale di quattro annate;

Colli di Salerno igt Montevetrano 2006. Il Montevetrano è prodotto esclusivamente con uve di proprietà, cabernet sauvignon, merlot ed Aglianico nella selezione clonale vicino all’aglianico di Taurasi. Viene vinificato ed imbottigliato nella tenuta, a garanzia del controllo totale di tutto il ciclo produttivo. Il 2006 si presenta con un colore rosso rubino, di bella vivacità caratterizzato da poca trasparenza, segnale questo di grande estrazione che si evince anche dalla consistenza nel bicchiere che  manifesta lungo le sue pareti una certa presenza glicerica con “lacrime” ricche e lente nello scivolare. Il primo naso è intenso su note vegetali, immediatamente un riconoscimento peperone, poi si apre su note di piccoli frutti surmaturi, ribes e mirtillo, accentua la sua complessità su lievi sensazioni balsamiche che ne esaltano la vinostà. In bocca è secco, la spalla acida ne accentua la giovine età ma non nasconde una struttura ampia e complessa. La profondità di questo vino solo il tempo potrà esaltarla, dona già segni tangibili di buona longevità; da servire alla temperatura di 16 gradi in calici ampi ma non eccessivamente, risulterebbero accentuare la sua attuale esuberanza olfattiva sulle note vegetali. Lo abbiamo abbinato ad un gattò di patate con provola e mortadella e salsa di funghi porcini, tendenza dolce, succulenza ed aromaticità da contraltare a sensazioni olfattive intense, acidità e lunga persistenza del vino.

Colli di Salerno igt Montevetrano 2005. Il colore è di un rosso rubino, carico e caratterizzato da una impenetrabile veste cromatica. Di buona consistenza nel bicchiere. Il naso manifesta note olfattive molto interessanti ed eterogenee, iniziano su sensazioni fruttate dolci accompagnate da eleganti esalazioni balsamiche; Poi confettura di susina, mirtilli e ribes neri, note di spezie sottili ed eleganti, pepe nero in primis. In bocca manifesta la sua giovane tannicità, senza esagerare, sorretta da un frutto estremamente ricco e voluttuoso che gli conferisce un gusto eccezionalmente persuasivo. E’ intenso, persistente e molto lungo anche nel finale di bocca. Da servire in calici mediamente ampi dopo aver lasciato per tempo debito ossigenare la bottiglia aperta magari qualche ora prima di servirla, noi l’abbiamo accostato, giocando con un abbinamento del cuore alla zuppetta di fagioli e scarola riccia con Mozzariello, un piatto povero che trova la sua nobiltà in abbinamento a cotanto vino.

Colli di Salerno igt Montevetrano 2004. L’annata è stata essenzialmente regolare dal punto di vista climatico, l’areale di San Cipriano Picentino sempra baciato dagli dei in questo, la vendemmia ha avuto il suo inizio a metà settembre.Il colore è rosso rubino, appena meno accentuato rispetto all’annata precedente, comunque vivace ed invitante. Di buona consistenza nel bicchiere. Qui il naso, il primo naso è di floreale passito, poi un fruttato intenso, maturo quasi marmellatoso di grande finezza e persistenza; vengono fuori note balsamiche, tabacco e note di cacao in polvere. In bocca quasi a sorprendere ritorna una spalla acida sincera ed efficace da non confondere con il tannino che risulta attenuato e ridimensionato dall’evoluzione in bottiglia di questo blend sempre più affascinante quanto esaltante. Da servire, soprattutto per la sua verve in calici mediamente ampi ad una temperatura di 16/18 gradi, noi l’abbiamo accostato per l’occasione con un primo piatto tradizionale rielaborato alla nostra maniera, Vesuvio di Paccheri ripieni con passata di pomodori San Marzano di Colle Spadaro.

Colli di Salerno igt Montevetrano 2001. L’annata è stata caratterizzata da un inverno molto freddo e da un germogliamento tardivo che ha concesso una minore quantità di uva. Le piogge ben dosate però hanno consentito un ciclo vegetativo costante e senza stress particolari sino alla raccolta avvenuta in pieno settembre. Innanzitutto alcuni dati tecnici a sostegno della grande impressione che ho ricevuto da questo vino in questa annata: le uve vengono lasciate a macerare con la buccia per circa 20 giorni in acciaio inox previo salasso del 15%, vengono effettuate durante questo processo numerose follature per rendere omogenea tutta la massa. Successivamente il vino rimane per 8/12 mesi in barriques nuove da 225 lt. di rovere di Nevers, Allier e Tronçais. L’ alcool è di 13% vol. sorretto da un pH di 3,65 e da un’acidità totale pari a  5,10 gr/lt. L’estratto secco è di 33. Si presenta nel bicchiere con un colore rosso rubino con appena delle sfumature sull’unghia del vino tendenti al granato, rimane vivace e poco trasparente. Il primo naso è evoluto ed etereo su note balsamiche e di spezie, avvolgente nelle sue senzazioni di frutti in confettura. In bocca è secco e caldo, avvolgente nella sua trama gustativa che non lascia spazio ad asperità o sensazioni di durezza. Impressionante a parer mio l’armonia che caratterizza questo vino in questo millesimo bevuto oggi, prova tangibile che il Montevetrano può tranquillamente essere aspettato negli anni, senza indugi. Da servire ad una temperatura intorno ai 16/17 gradi in calici panciuti, noi lo abbiamo abbinato al filetto di maiale con spezie, erbe ed aceto balsamico e servito con salsa ridotta di Montevetrano.

Montevetrano è a San Cipriano Picentino in via Montevetrano. Tel. 089.882285. www.montevetrano.it Enologo: Riccardo Cotarella. Ettari: 27 di cui 5 vitati. Bottiglie prodotte circa 30.000. si coltiva e vinifica esclusivamente cabernet sauvignon, merlot e aglianico.

Côte Rôtie La Mouline 2000 - Etienne Guigal

Posted By Stefano Ghisletta Giorgio Buloncelli on ottobre 29th, 2008

Etienne Guigal è la più importante maison della Valle del Rodano per numero di bottiglie prodotte. Trae la propria gloria dall’esclusiva tenuta con sede a Château d’Ampuis, centro principale della denominazione Côte Rôtie.

Château d’Ampuis, La Mouline, La Landonne e La Turque sono le perle della produzione, vini che incarnano le peculiarità dei diversi territori. La Mouline (89% syrah e 11% viognier) rispecchia tutta la femminilità della Côte Blonde. Le vigne, di circa 75 anni di età, si dispongono a forma di anfiteatro romano su terreni chiari, composti da gneiss e particolarmente calcarei. Dopo 4 settimane di macerazione, Guigal è il solo nella Valle del Rodano ad invecchiare i propri vini in barriques per un periodo compreso tra i 36 e i 42, fusti rinnovati ogni anno.

Con molto rispetto ci avviciniamo al bicchiere che si mostra in una veste scura con alcuni riflessi violacei. Note speziate e floreali fuoriescono dal bicchiere denotando un naso di grande complessità. La certezza che si sta per bere un grande vino…!
Entrata in bocca estremamente morbida, il vino si presenta seducente, armonico, tannini estremamente fini e setosi, il legno è assolutamente impercettibile. Finale molto lungo con ritorno di note speziate, cioccolato amaro e frutta matura.

Un vino assolutamente grande.

Clos de Vougeot Vieilles Vignes - Château de la Tour

Posted By Stefano Ghisletta Giorgio Buloncelli on ottobre 22nd, 2008

Clos de Vougeot rappresenta il più esteso Grand Cru della Côte de Nuit e uno dei più conosciuto. All’interno del Clos si situano due castelli, il famoso Château de Clos de Vougeot e Château de la Tour considerato il più conosciuto produttore, l’unico a vinificare i vini all’interno delle mura di cinta. Da questi vecchi ceppi elabora una cuvée denominata “Vieilles Vignes”, rare bottiglie considerate come un vino fuori classe.

Clos de Vougeot Vieilles Vignes 2004

Già a bicchiere fermo percepiamo un incredibile avvolgenza e una forte impronta aromatica, si offre con grande eleganza su ricordi di ciliegia, spezie orientali e cioccolata, sembra di essere in un mercato di profumi e spezie indiane. L’entrata in bocca è morbida a cui fa seguito un’esplosione di volume, la struttura è caratterizza da tannini vellutati, ancorché d’ammorbidire, mentre l’equilibrata freschezza conferisce al vino un’ottima capacità d’invecchiamento. Il finale è di eccellente qualità e di lunghissima persistenza aromatica con ritorni fruttati ed eleganti sfumature speziate e minerali. Un grande vino che, solo nel prossimo decennio ci offrirà tutte le sue grandi complessità.

Clos de Vougeot Vieilles Vignes 2002

All’inizio non è che abbia molta voglia di offrirsi, l’intensità aromatica è inferiore rispetto all’assaggio precedente, ma poi con l’ossigenazione sviluppa una grande sequenza di complessità; in successione cuoio, tabacco, frutta nera, cioccolata, frutta secca, … Al gusto fa solo percepire le sue enormi potenzialità, formate da forza ed eleganza, i tannini sono maturi e levigati, sostenuti da un’impressionante freschezza che conferisce al lunghissimo finale grande personalità. Dopo quasi un’ora ritorniamo a soffermarci sul bicchiere, ai noi, oramai vuoto, ora si sprigionano sfumature di distillato di prugna, pepe, chiodi di garofano, incenso, note fumé, … Un vino da dimenticare in cantina, un vero peccato averlo degustato così giovane, ma meglio ora che mai.

Chianti Classico Riserva Rancia 1990 - Fattoria Felsina

Posted By Stefano Ghisletta on ottobre 15th, 2008

Avevo già avuto l’occcasione di assaggiarla durante la nostra tradizionale spedizione a Monte Spluga dove si possono consumare eccellenti bottiglie di vecchie annate a prezzi “modesti” per il contesto.
Gà allora fu un grande ricordo, secondo solo all’assaggio del Brunello di Montalcino Poggio al Vento Riserva 1990 di Col d’Orcia.

Fausto aveva ancora in cantina una bottiglia così decisi di comperarla per poi assaggiarla tempo dopo.

Ora ecco il momento.

Quando lo guardi non sembra già maggiorenne, il colore è integro ed intenso, un brillante granato con leggeri lampi aranciati.
I profumi sono giustamente terziari: umus, sottobosco, terrosi, speziati, ma il tutto avvolto in una bella e fresca finezza.

Al gusto è bellissimo entra come termina (mai !): cioè con vigore, con una struttura ancora molto ben presente, l’acidità gestisce perfettamente le componenti di morbidezza e conferisce un allungo interminabile. Un vino che non cede ad alcun compromesso e che durerà ancora a lungo nel tempo.

Sarei curioso di degustare annate più recenti, per vedere se l’azienda non ha modificato lo stile del vino andando in contro ad un gusto più “facile” e commeciale.

Chianti Classico Riserva Rancia 1990
Fattoria Felsina

Timorasso Costa del Vento 1999 - Vigneti Massa

Posted By Stefano Ghisletta on ottobre 14th, 2008

Quando cerchi un vino bianco capace di durare una decina d’anni in genere guardi verso i Chardonnay di Borgogna, i Chenin blanc ed i Sauvignon della Loira, i Savagnin del Jura francese o i Riesling della Mosella, ma non sempre è necessario andare così lontano.
Basta infatti guardare ai Colli Tortonesi dove si produce questo straordinario vino appena degustato.

L’uva che gli dà vita è il Timorasso, un vitigno presente nel territorio fin da tempi immemorabili, sembra che fosse molto apprezzato da Leonardo da Vinci che per il matrimonio di Isabella di Aragona, omaggiò gli sposi con un vino bianco, il Timuràs. Un vitigno ai più sconosciuto fino alla fine degli anni ‘90, ma che grazie alle sue potenzialità e all’adattamento alle caratteristiche della questa zona, ha saputo imporsi all’attenzione del pubblico.

Forse la persona che più ha spostato la sua causa è stato Walter Massa, l’istrionico e tenace produttore di Monleale, non si è mai dato per vinto e ha profuso molte energie per farci conoscere questo ottimo vino.
Avevo visitato Walter alcuni anni fa, era ancora in una fase sperimentale ed alla ricerca di una identificazione, oggi ha raggiunto l’obiettivo di rivitalizzare la sua zona e di accrescere l’interesse di altri giovani produttori che hanno seguito le sue orme ottenendo pregiati risultati.

Alcune settimane fa mi trovavo in un noto ristorante di Moncalvo nel Monferrato e, scorrendo la carta dei vini, leggo Timorasso Costa del Vento 1999 di Walter Massa. Essendoci anche una piccola enoteca da asporto chiedo al responsabile del servizio se fosse possibile acquistarne alcune. A malincuore mi furono vendute 3 bottiglie, riposte poi con cura nella mia cantina.

Oggi è venuto il momento del primo assaggio.
Avevo letto alcune recensioni non proprio entusiasmanti sull’annata 1999, ma poco importa, la bottiglia che ho stappato in compagnia di Giorgio, il solito “compagno di bevute”, era altra cosa.

Un vino che sa cambiare volto ad ogni sorso, esprimendo una grande complessità al contatto con l’aria.
Il colore ? di un bellissimo dorato di grande luminosità.
Il bouquet ? in continua evoluzione: agrumi, erbe di montagna, idrocarburi, e con il passare del tempo, sfumature di miele, tartufo, muschio, spezie, …
All’assaggio ? elegante, grasso e cremoso, ma sempre in tensione verso un bellissimo finale minerale.

Che dire ancora ?
Che per fortuna ho ancora altre 2 bottiglie e che alla prossima occasione farò partecipi altri amici …

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