Italia: terra di bianchi?

Questo articolo vuole essere soprattutto una provocazione, con il solo scopo di far pensare e discutere su un problema per me particolarmente intrigante. Resta quindi una visione personalissima e mi faccio carico di ogni responsabilità. Innanzitutto una premessa: non sono un “esperto” di vini, ma solo un grande appassionato delle emozioni e sensazioni che essi riescono a donare, unite alla cultura ed alla storia che tracimano dall’ambiente, dal luogo e dai loro creatori. Potrebbe ovviamente sembrare un difetto enorme, ma a ben pensarci è invece un grande vantaggio: posso parlare liberamente, senza preconcetti, vincoli ufficiali o pressioni di tipo didattico. Quello che dico rimane quindi solo frutto di istinto, di schiettezza, di amore e di sana ignoranza tecnica. Io considero il vino ed i suoi artefici ben lontani dalla scienza pura, ma strettamente legati all’estro, alla fantasia, all’allegria ed all’amicizia. E nemmeno voglio tenere in conto le pressioni derivanti dal “mercato”, che sicuramente esistono e sono spesso fondamentali, ma che niente hanno a che fare con la mia visione ingenua e pura del nettare di Bacco.
L’Italia sembrerebbe paese di rossi per definizione. Rossi sono infatti quasi tutti i vini più celebrati e stimati nel mondo (non considero ovviamente i vini “facili” e da battaglia, che spero siano destinati a sparire). Analizziamo allora a modo mio la situazione. Partiamo dal Piemonte, terra che mi ospita da moltissimi anni. Sicuramente, forse per campanilismo spinto o per una patologia “tannica” ormai instauratasi nelle mucose del palato, non posso che inchinarmi a sua eccellenza il nebbiolo. Vino unico ed irripetibile trova la sua più alta espressione nelle Langhe (Barolo e Barberesco), ma sconfina ad altissimi livelli nel vicino Roero e nei territori più a nord (Carema, Gattinara, Ghemme, Boca, ecc.). Non è da meno la Valtellina, anche se le condizioni climatiche impongono una variazione sul tema, che personalmente non gradisco molto: l’appassimento. Continuo a sognare un valtellina non “sforzato” che giunga ad altissimi livelli (qualcuno forse lo fa già, ma in questa sede non voglio fare nomi: sarebbe scorretto per molti, troppi!). In ogni modo il nebbiolo rimane per me il più grande vitigno del mondo, che nessuno fortunatamente è ancora riuscito a copiare. Ed il resto del nord? Si, abbiamo l’amarone (carissimo per vari e ovvi motivi), ma, a mio parere, una chiara forzatura storica e gustativa. Difficilmente può accompagnare un pasto e mi da l’idea di una costruzione artificiale, un po’ fredda e senz’anima. Poi tanti vitigni internazionali, che mai troveranno le stesse peculiari situazioni climatiche e pedologiche delle limitate zone produttive dove riescono a raggiungere altissimi livelli. Scatterete in piedi! E la barbera, il dolcetto, il lagrein, il refosco, lo schioppettino, ecc., ecc.? Beh, lo devo ammettere: a me non emozionano più di tanto. A volte cercano di scimmiottare vini più prestigiosi, a volte sono stravolti dal legno, spesso cercano di alzarsi in piedi o mettere i tacchi per sembrare più alti. Hanno sempre un qualcosa di costruito, di artificiale, di “vorrei ma non posso”. Vini comunque piacevoli, che dovrebbero però occupare gradini ben lontani dal podio e non tentare scalate inutili che rischiano di distruggere le loro indubbie qualità. La differenza col nebbiolo è di anni luce. La Romagna ha il suo sangiovese, ma preferisco parlare di lui a proposito della Toscana. Sia nel Chianti, che a Montalcino o a Montepulciano, il sangiovese sarebbe forse un degno antagonista per il nebbiolo. Ma com’è difficile trovare quello autentico, in grado di esprimere le sue potenzialità. Quante volte è volutamente alterato, corrotto, deformato da sensazioni eccessivamente fruttate e legnose. Poco importa in questo contesto se è il mercato che lo chiede o se troppo spesso manca la mano del “vero” contadino: il risultato è miseramente deludente. Eppure il sangiovese è grande e potrebbe accostarsi al re del Piemonte, ma io ho dovuto fare un’enorme fatica per scovarne alcuni eccezionali, che rimangono comunque immersi in un mare di anonimità e prevedibilità. Così come lo sono i carissimi supertuscan. In una terra di sogno, che tristezza vedere imperare il cabernet, il merlot, il syrah, ecc. Il grande vino deve espandersi al naso, dare un brivido al palato e non accasciarsi in bocca tra banali dolcezze o esasperate concentrazioni. Passiamo al sagrantino? Tanto vale andare direttamente a sud. E qui le cose, sempre secondo la mia sensibilità, peggiorano ancora. Scusatemi, ma non riuscirò mai ad apprezzare la carnosità, la pienezza, la densità esasperata di un negramaro, di un nero d’avola, di un cannonau, di un primitivo e di tante altre variazioni sul tema. Al sud è ancora più difficile decifrare le vere caratteristiche del vitigno, impregnate come sono da effetti speciali. Al limite un bicchiere per assaggiare, ma per bere ci vuole ben altro. Io voglio emozioni vere, scattanti, stimolanti. Colpa dei vitigni, dei produttori o del mercato? Non so, ma poco importa se i risultati sono questi. In questo labirinto così uguale e monotono, qualcuno però si salva e fa vedere cosa si potrebbe ottenere se si mettessero da parte muscolosità e tendenze modaiole. Primo fra tutti il taurasi. Un’oasi felice, dove l’aglianico riesce perfettamente a coniugare forza e calore con dinamismo e vivacità. Sicuramente meglio di quello del Vulture, troppo esibizionista, evoluto e surmaturo. Alla cieca ha le carte in regola per competere con i grandi fuoriclasse. E infine c’è l’etna, vera eccezione siciliana. Energicio, vibrante, minerale, una meraviglia quando è sincero. Ancora una volta l’equazione “montagna + escursione termica = dinamismo gustativo” ha la sua conferma. E poi? Tutto qui il paese dei grandi rossi? Ripeto quanto detto è solo frutto del mio pensiero e forse della mia limitata conoscenza del patrimonio enologico nazionale. Ma ci tenevo comunque ad esprimere la mia personalissima visione.
Lasciatemi allora passare ai bianchi. Su cosa si basa la sudditanza verso i vini francesi e tedeschi? Secondo me solo e soltanto su un’anomala e distorta visione culturale, basata sulla errata convinzione che bianco voglia dire “pronta beva”. Qualcosa sta cambiando, ma ancora lunga è la strada per scrollarsi di dosso questo assurdo e scomodo bagaglio. Ed invece, per chi ha voglia di provare e di rischiare, si apre un mondo meraviglioso. Già l’arneis, il gavi, l’erbaluce, la nascetta, il timorasso e via dicendo ne sono una prova tangibile. Andate a bere qualche bottiglia degli anni ‘90 o anche più vecchia (alla cieca ovviamente) e vedrete quanti signori francesi troverete tra di loro. E che dire del “vero” pigato ligure, non quello “bananizzato” (come dice un grande amico produttore) da lieviti o strani tagli. E il vermentino dei Colli di Luni? Cristallino come acqua di sorgente, non teme confronti con i cugini d’oltralpe. Basta dargli tempo ed aspettare che l’effetto del mare e delle Alpi Apuane faccia il suo miracolo. Ed il Soave, dove la roccia vulcanica sembra immergersi nel liquido brillante e dominarlo nel tempo. Ed i pochi, ma sublimi riesling di langa? E gli straordinari risultati, del tutto personali e sfaccettati, di vitigni autoctoni e no, quali pinot bianco, sauvignon, riesling, veltliner, kerner, tocai, ribolla, ecc., ecc. in Alto Adige e Friuli? E poi ancora la robustezza e la generosità dei verdicchi marchigiani. Per scendere infine al greco di tufo, alla coda di volpe, alla falanghina, al fiano delle terre campane. Tutti vini longevi, minerali, sapidi, che danno il meglio di sé solo dopo svariati anni. Ed invece troppo spesso vengono sacrificati ancor prima della pubertà. Eppure se lasciassimo dissolvere l’esuberante fruttuosità giovanile ed aspettassimo che escano allo scoperto gli aromi più tipici e intriganti, non ce ne sarebbe per nessuno, chablis e riesling renani e della Mosella compresi.
Probabilmente quanto detto in queste righe farà scatenare molti “esperti”, che classificheranno le frasi precedenti come farneticazioni di un ignorante. Pazienza! Dove c’è scritto che per bere e godere di un grande bicchiere di vino bisogna essere laureato in “enologia applicata”?
Concludo con un’altra personalissima visione: quando i numerosi, affascinanti, unici bianchi italiani saranno valutati e degustati al tempo giusto e con la giusta convinzione, ci scopriremo padroni di una terra di stupefacenti prodotti, secondi a nessuno. E forse, a quel punto, ne trarranno anche vantaggio i tantissimi rossi grandissimi ed autentici, ancora sudditi inermi di mode, di mercato e di false ed ipocrite valutazioni. Si libereranno da vincoli che ne bloccano le vere potenzialità ed il nebbiolo acquisterà nuovi, numerosi e validissimi concorrenti.
Tags: longevità, vino bianco, vino rosso
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ottobre 12th, 2009 at 18:35
Come non poter concordare con quanto affermi ? Predico e metto in pratica quello che affermo da tempo e riscontro quanto tu affermi già da diversi anni. Quando faccio assaggiare i miei vini d’annata, niente da eccepire, risultano freschi, molto piacevoli da bere e ben fatti. Ma quando faccio assaggiare qualche bottiglia “datata” gli entusiasmi crescono notevolmente. Purtroppo però a differenza dei cugini francesi siamo ancora troppo in pochi a “predicare e razzolare bene”.
ottobre 13th, 2009 at 10:25
Bravo Enzo!
Anche stavolta hai colto nel segno!
Meriti una laurea ad honorem in “Enologia applicata” e non teorie, teorie, teorie….
ottobre 14th, 2009 at 19:56
Grazie per questa rapida ouverture sul vino italiano.
Bianco o rosso che sia il vino italiano deve puntare sulla valorizzazione di tante realtà particolari che poco a poco stanno emergendo con risultati spesso strabilianti.
La vera forza è la vastissima varietà di vitigni che spesso sono l’espressione diretta di un territorio. E se finora la scena è stata rubata (sicuramente non senza merito, anzi!) dai nomi più celebri e altisonanti (forse anche perchè sono stati i primi ad essere esportati) è giusto che lasciar spazio anche ai nomi meno noti, ma non per questo meno meritevoli.
ottobre 15th, 2009 at 17:33
@Marco,
ne abbiamo parlato spesso e spero che piano piano gli appassionati comincino a capire…. Un carissimo saluto e spero a presto!
@Luciano e Michelangelo,
grazie per aver compreso lo spirito!
ottobre 25th, 2009 at 21:11
Caro Enzo,
conferme sulla longevità dei vini bianchi italiani si hanno avute in parecchie verticali organizzate in questi ultimi anni da più di qualche consorzio. Segno che l’argomento è sentito. Come dici tu, la strada per sfatare l’errata convinzione che vuole il vino bianco come prodotto pronta-beva è però ancora lunga. Eventi come “Tutti i colori del bianco” che avvengono da 3 anni a questa parte nel comprensorio del Soave hanno proprio lo scopo di diffondere questo messaggio: i bianchi italiani, specie se provenienti da zone con suoli di origine vulcanica hanno tutta la potenzialità per sfidare il tempo.
Grazie Enzo per il contributo che dai a questa bella sfida.
febbraio 6th, 2010 at 18:43
Caro Enzo, sono un po` in ritardo ma sono d’accordissimo per aspettare i vini bianchi italiani. Sono un’importatore negli stati uniti e ho deciso di far uscire i vini, tipo il pigato di Claudio Vio e il timorasso di Walter Massa, solo quando sono pronti a bere.
Sarebbe bello di fare una grande degustazione di vini bianchi invecchiati: verdicchio di matellica, caricante di etna, timorasso, gavi (ma ho dei dubbi), kerner di AA, Friulano, etc.
Che ne pensi? abito a firenze.
Ernest.
aprile 23rd, 2010 at 11:20
caro Ernest,
vedo solo ora il tuo commento…accidenti, non ero stato avvisato automaticamente! Sicuramente è una cosa da fare e abbiamo già in mente il luogo (Mezzane) con qualche variazione sul tema (confronto con vini d’oltralpe, ecc.). Ti terrò informato!!
Tra parentesi, vedo che lavori con Dieter… Un grande e caro amico!!!